Immaginatevi due donne. Stessa età, stesso tipo di lavoro, ad esempio consulente o segretaria o grafica, magari entrambe con figli. Due cloni, con una sola differenza: il contratto di lavoro, una da dipendente, l’altra di altro tipo, ad esempio partita Iva. Immaginate che entrambe si ammalino nello stesso momento della stessa malattia, ad esempio un tumore. Qui le loro storie improvvisamente si dividono. L’una può dire ai suoi datori di lavoro: mi è successo questo, ricevere solidarietà, andare all’ufficio del personale e spiegare la situazione, prendersi il diritto alla malattia, fino a diciotto mesi, con lo stesso stipendio, combattere la sua guerra con dignità.

Per l’altra invece, comincia una via crucis che, al dolore della malattia, aggiunge anche le improvvise difficoltà economiche. Perché se sei una lavoratrice, o un lavoratore autonomo, se non lavori non guadagni. Perché se sei una lavoratrice, o un lavoratore autonomo, non hai diritto alla malattia, se non per periodi simbolici e con sussidi ridicoli. Mentre nel frattempo lo Stato continua a chiederti tutte le tasse, ignorando il tuo status di malata.

Questa è, ad esempio, la storia di Daniela Fregosi, 46 anni. Che si è rifiutata di pagare un acconto euro all’Inps di tremila euro, ha aperto un blog e ha lanciato, insieme all’associazione Acta, che da anni si occupa dei diritti di partite Iva e autonomi, una petizione da presentare al ministro del Lavoro, raccogliendo in pochissimo tempo 16.000 firme, ben più delle 13.000 necessarie. Potete votarla, e se volete fare una donazione, qui. Firmate: perché la prima riforma che il governo Renzi deve affrontare è l’enorme e scandalosa questione degli ammortizzatori sociali, specchio limpido delle ingiustizie del nostro paese. Io, tra cinque anni, vorrei un’Italia in cui due cittadini che si ammalano abbiano diritto allo stesso trattamento, qualsiasi contratto abbiano. Basterebbe solo questo a cambiare pagina.