Metro caccia lavoratore 55enne per un danno di 280 euro e lui si suicida, la sentenza dopo due anni: “Licenziamento sproporzionato”
Lo avevano licenziato per un danno di 280 euro provocato in buona fede all’azienda dopo oltre vent’anni di lavoro. Quando i dirigenti di Metro Italia avevano comunicato il grave provvedimento a Paolo Michielotto, al dipendente 55enne, occupato nella sede di Marghera, era caduto letteralmente il mondo addosso. Per lui la vergogna era stata insostenibile e si aggiungeva al dramma di trovarsi senza un’occupazione. Così Michielotto non aveva retto e, dopo una decina di giorni dal licenziamento, si era tolto la vita in casa.
Adesso, a distanza di quasi due anni, un giudice del lavoro ha stabilito che il licenziamento era sproporzionato e ha condannato la società a risarcire la famiglia con 15 mensilità.
“La sentenza non restituirà Paolo ai suoi familiari, e questo è il dolore più grande che resta. Ma la decisione fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà, che Metro aveva umiliato con un licenziamento ingiusto”, hanno commentato Daniele Giordano, segretario generale di CGIL Venezia, e Andrea Porpiglia della Filcams CGIL, che hanno dato l’annuncio della sentenza.
Il licenziamento era diventato esecutivo il 31 luglio 2024. La morte di Michielotto era avvenuta l’11 agosto. I familiari, sbigottiti, avevano annunciato che avrebbero voluto salvaguardare la sua memoria. Per questo si erano rivolti alla giudice Anna Menegazzo. La causa è stata intentata da Lauretta Suman, Maria Cristina e Stefano Michielotto, assistiti dagli avvocati Diana De Benedetti e Lionello Azzarini, mentre Metro Italia spa si è costituita con gli avvocati Marina Ester Olgiati e Manuela Andriolo.
Michielotto era stato assunto nell’agosto 2000 e si occupava di rifornire esercizi della ristorazione. Un venditore di zona, scrive il giudice, a cui “era stato contestato di aver inserito in 14 ordini inviati dal 10 al 29 maggio 2024 un prodotto sospeso e non presente in giacenza nel punto vendita (confezioni di Gambero Rosso Mediterraneo, ndr) per fare raggiungere l’importo complessivo per ciascun ordine di 250 euro, di modo da non addebitare al cliente la fee di trasporto di 20 euro prevista per gli ordini inferiori ai 250 euro”.
Lo aveva fatto per aiutare i clienti, contribuendo a fidelizzarli. Il danno non era ingente, ma la società era stata inflessibile e lo aveva licenziato, nonostante Michielotto avesse spiegato le ragioni del comportamento, che non gli aveva fatto finire in tasca neanche un euro.
Il giudice ha ritenuto “provata la condotta addebitata”, ma non l’ha ritenuta sufficiente per un licenziamento. “Michielotto lavorava alle dipendenze di Metro Italia da oltre 20 anni, non aveva alcun precedente disciplinare e con la sua condotta ha causato un danno economico limitato alla società, anche considerato che egli, come gli altri venditori aveva a disposizione un ‘budget’ mensile di cui fruire per agevolare la clientela con omaggi o sconti – scrive il giudice Menegazzo – L’illecito disciplinare deve ritenersi del tutto verosimilmente volto ad agevolare la clientela più che ad ottenerne un diretto beneficio personale. Considerate attentamente tutte queste circostanze deve ritenersi sproporzionata la sanzione del licenziamento comminata da Metro Italia, ben potendo il Michielotto essere sanzionato con una sanzione di tipo conservativo, per ricondurlo ad un atteggiamento e comportamento rispettoso delle scelte aziendali”. Da qui la condanna a Metro Italia spa, condannata a pagare 15 mensilità dell’ultima retribuzione per l’ingiusto licenziamento.
“Purtroppo Paolo non potrà gioire di questo risultato. Sentiamo il dovere di ringraziare profondamente i suoi familiari, che con forza, dignità e determinazione hanno portato avanti una causa giusta, non solo sul piano umano ma anche su quello civile e del lavoro. – dicono ancora Giordano e Porpiglia della Cgil – Questa vicenda rappresenta l’ennesima dimostrazione di un fatto semplice ma decisivo: il lavoro non può essere considerato una merce. Non è accettabile che il profitto venga anteposto alla vita delle persone, alla loro dignità, alla loro storia, alla loro integrità morale”. E aggiungono: “Paolo era un lavoratore serio, onesto, che non meritava di essere umiliato, ma è stato colpito e mortificato da una decisione aziendale che oggi viene smentita nella sua sproporzione. Resta una ferita profonda, che nessuna sentenza potrà cancellare”.
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