Il Senato ha approvato il decreto legge che fissa nuove regole per il finanziamento pubblico ai partiti. Era aprile 2013 è il premier Enrico Letta annunciava con un tweet l’intenzione di abolire l’erogazione di fondi per fare politica. Da quel giorno sono passati otto mesi per avere il primo via libera dal Consiglio dei ministri. Ora il testo, a quasi un anno di distanza, torna alla Camera con alcune modifiche per avere l’approvazione definitiva. Se ci saranno altri cambiamenti però, il decreto dovrà passare nuovamente a Palazzo Madama con una corsa contro il tempo per evitare la scadenza del 26 febbraio.

Ma cosa è rimasto degli annunci iniziali? Una riduzione graduale e molte zone d’ombra. A partire dal 2017 ci sarà un taglio graduale ai rimborsi elettorali (in 3 anni del 25 poi 50 e infine 75 per cento dei soldi destinati ai singoli gruppi). Schierati per il via libera al provvedimento Partito democratico, Scelta Civica, Nuovo Centrodestra, Popolari per l’Italia, Lega Nord, Forza Italia, Autonomisti e Partito socialista. Contro il testo si sono espressi Sinistra e Libertà, Grandi Autonomie e Libertà, Movimento Cinque Stelle. I grillini in Aula hanno protestato mostrando cartelli con la scritta “No alla legge truffa”. Soddisfatto invece il ministro per le riforme Gaetano Quagliariello, anche se non si risparmia qualche critica per l’applicazione in ritardo del decreto. “In sede di esame parlamentare -osserva – sarebbe stato opportuno accelerare sulla transizione dal vecchio al nuovo sistema prevedendo l’abolizione delle quote residue sin dal 2014. In ogni caso – conclude – è stato importante essere riusciti a resistere alle pressioni per aumentare le risorse pubbliche destinate ai partiti a titolo di rimborso per le prossime elezioni europee e regionali”. Il testo a Palazzo Madama ha però subito alcuni cambiamenti: tetto di 100 mila euro per le donazioni di privati, pagamento dell’Imu sulle sedi di partito e cassa integrazione per i dipendenti che perderanno il posto. La zona d’ombra per eccellenza, il nodo che resta da sciogliere è quello di fondazioni, manager di Stato e aziende pubbliche: continueranno a poter ricevere fondi pubblici nonostante la battaglia in Aula della senatrice Lanzillotta (Scelta civica), appoggiata da Sel e Movimento 5 Stelle.

Mantenuti i contributi da aziende e manager pubblici. La novità più rilevante nella seduta riguarda la bocciatura della proposta avanzata da Linda Lanzillotta (Scelta civica), che puntava a vietare i contributi di aziende e istituzioni partecipate da enti pubblici verso fondazioni e associazioni politiche guidate da rappresentanti attuali o passati di istituzioni elettive. Analogo impedimento veniva esteso ai manager e amministratori di compagnie statali la cui nomina dipenda da scelte politiche. Finalità del documento era “rompere i legami e gli intrecci perversi tra mondo dell’economia pubblica e istituzioni rappresentative”. Le regole proposte dall’ex ministro della funzione pubblica traevano spunto dalla constatazione della “miriade di associazioni nazionali presiedute da personalità di governo che ricevono fondi da aziende e società su cui la politica e le istituzioni esercitano un’attività di gestione, controllo e vigilanza”.

Argomentazioni a cui la relatrice Isabella De Monte, rappresentante del Partito democratico, aveva replicato proponendo la trasformazione dell’emendamento in un ordine del giorno mirante a promuovere una trattazione normativa organica, completa e ad hoc. Tesi respinta dalla parlamentare di SC, che aveva riscosso un consenso rilevante e trasversale nell’Aula. Un appoggio convinto era venuto dal rappresentante del M5S Giovanni Endrizzi, per il quale “le fondazioni politiche, già generosamente finanziate da privati come ItalianiEuropei e Big Bang legata a Matteo Renzi, costituiscono un setaccio di fondi considerevoli. Pertanto non vogliamo un ulteriore drenaggio di risorse connesse con funzioni pubbliche”. Forte sostegno dalla presidente dei senatori di Sel Loredana De Petris e da Enrico Buemi del Psi, intenzionato a “rimuovere gli inquinamenti che alterano la trasparenza e la correttezza dei contributi”. Favorevole il rappresentante delle Grandi Autonomie e Libertà Vincenzo D’Anna, il quale puntava il dito contro “un’inutile spreco di denaro frutto della cinghia di trasmissione statalista e clientelare tra chi governa e chi amministra lo Stato”. Radicalmente contrari il Pd e Forza Italia che per bocca di Lucio Malan poneva in risalto “la contraddizione profonda che anima la proposta: Perché è vietato finanziare una fondazione politica presieduta da uno scienziato, un politologo, un sociologo attivi e impegnati nelle istituzioni politiche come se si trattasse di un marchio di infamia?“.

 

Cassa integrazione dipendenti dei partiti. L’Aula ha approvato un emendamento che estende la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti che perdono il posto. L’emendamento presentato a prima firma da Ugo Sposetti è passato con 192 sì e 32 no. La spesa è di 15 milioni di euro per il 2014, 8,5 milioni per il 2015 e 11,25 milioni l’anno a decorrere dal 2016. Si provvede con parte dei risparmi con l’abolizione del finanziamento pubblico. Si sono rivelate vane le obiezioni avanzate dagli esponenti di Scelta Civica e del Movimento Cinque Stelle, per i quali la proposta crea discriminazioni tra lavoratori di serie A e di serie B. Per evitare l'”abuso”, Pietro Ichino (Sc) aveva proposto una modifica che mirava a estendere ai lavoratori dei partiti l’Assicurazione sociale per l’impiego, un sussidio di disoccupazione per il sostegno al reddito orientato al reinserimento nel tessuto produttivo e vincolato alla sperimentazione su scala regionale di un contratto di ricollocazione. Misura ritenuta più efficace e meno costosa “rispetto a una cassa integrazione che coinvolgerebbe una posizione professionale di inattività prolungata”. A suo giudizio era necessario sventare il rischio del “perpetuarsi dell’abuso di un istituto per il quale i partiti non hanno mai pagato un contributo: un regalo a svantaggio dei lavoratori di aziende che invece possono contare su un futuro e su prospettive di risanamento e ripresa produttiva”.

Obbligo di pubblicità per i contributi oltre i 5mila euro annui. Tutte le persone elette in organismi rappresentativi nazionali e territoriali hanno l’obbligo di allegare alla pubblicità del proprio stato patrimoniale ed economico ogni contributo ricevuto da persone fisiche e giuridiche superiore ai 5mila euro annui. Le erogazioni liberali possono essere devolute direttamente alla personalità politica o destinate a fondazioni e comitati legati al suo ruolo. È il contenuto della proposta, presentata dal gruppo di Sel e approvata dall’Aula di Palazzo Madama nel corso della votazione sugli emendamenti al decreto legge governativo che fissa nuove regole sui contributi economici volontari e fiscalmente agevolati a favore dei partiti. E che prevede fino al 2017 un regime transitorio di finanziamenti statali nella forma del rimborso per le campagne elettorali.