Pentimento tardivo del governo Letta sugli appalti alle agenzie di stampa. Che arriva proprio poco dopo la firma di nuovi contratti per la fornitura di notiziari e contenuti che costano circa 35 milioni di euro l’anno, apposta senza che l’esecutivo si fosse premurato di chiedere delle garanzie occupazionali agli editori. Con il risultato che alcuni campioni nazionali come l’Adn Kronos di Giuseppe Marra, appena messo il contratto in tasca hanno dato il via a massicci quanto inaspettati piani di licenziamenti.

E così, dopo qualche settimana di proteste e polemiche, si inizia a pensare alla chiusura del cancello. Poco importa se i buoi sono già in fuga: il sottosegretario con delega all’editoria Giovanni Legnini mercoledì 12 ha aperto un tavolo con gli editori delle undici testate per promuovere un processo di aggregazioni nel settore. Obiettivo finale: risparmiare soldi. Anche perché spesso, è emerso martedì dall’incontro tra Legnini e i giornalisti delle agenzie stampa, il contributo statale arriva a rappresentare fino al 68% del fatturato complessivo di alcune agenzie. Come a dire che alcune realtà dipendono quasi esclusivamente dai soldi pubblici. 

Legnini ha quindi confermato l’intenzione di approvare un piano triennale per la riforma del settore, ancora in via di definizione, ma che punta a introdurre sia incentivi alle fusioni, sia nuove regole per ottenere in futuro le convezioni governative come quelle che sono appena state firmate, appunto. E tra i parametri allo studio c’è proprio l’obbligo di dare lavoro a un numero minimo di giornalisti professionisti accanto a un rapporto massimo tra controvalore della convenzione percepita e ricavi totali dell’agenzia, innovazione tecnologica e specializzazione  delle tematiche trattate. Ma soprattutto ha chiesto “una moratoria degli interventi sull’occupazione e delle relative procedure avviate o annunciate da parte degli editori”.

La tutela dei livelli occupazionali, quindi, è diventata un punto caldo nell’agenda del dipartimento per l’Editoria di Palazzo Chigi soltanto dopo che, forte della garanzia di entrate per almeno un anno, l’Adn nonostante i conti in attivo ha annunciato 20 licenziamenti tra i giornalisti e i 3 tra i poligrafici, mentre il piano di fusione Asca-TMNews del banchiere-editore Luigi Abete ha fatto emergere una trentina di esuberi con l’apertura aggiuntiva di un regime di solidarietà al 33 per cento.

Un’attenzione che non c’è però stata al momento della stesura degli ultimi contratti che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare e nei quali è dettagliatamente quantificato il numero di lanci che ogni agenzia deve garantire, senza alcun vincolo sul numero di giornalisti che servono per produrle. Così, nel pieno rispetto delle regole, fino alla prossima convenzione, gli editori hanno gli strumenti per far rispettare gli impegni contrattuali con Palazzo Chigi, facendo numero ad esempio con gli “elenchi dei programmi tv o delle partite di serie A e i relativi tabellini”, come spiega Franco Siddi, il segretario del sindacato di categoria Fnsi.  Un’ipotesi che non lascia indifferenti i dipendenti delle altre 8 agenzie di stampa (Ansa, Agi, Dire, Radiocor, Agv News, La Presse, Nove Colonne e Italpress) che temono che Marra e Abete siano solo degli apripista. 

“L’azienda non vuole vedere diminuiti i suoi ricavi. Ma la questione non può essere solo amministrativa, mi chiedo dove sia la responsabilità sociale d’impresa. Marra è anche Cavaliere del Lavoro, non riesco a capirlo”, è il commento al caso Adn del segretario dell’Fnsi. Quanto a Legnini, la reazione alle polemiche suscitate dagli scioperi dei dipendenti, costretti anche a riunirsi in assemblea all’aperto perché l’editore ha negato la disponibilità degli spazi aziendali, è stata la preoccupazione appunto di “sapere se nel caso in cui proseguissero nelle loro azioni sarebbero nelle condizioni di rispettare gli impegni contrattuali”.

Il testo delle ultime convenzioni, che saranno pubblicate online dopo la registrazione da parte della Corte dei Conti, non passa al vaglio del Parlamento, ma viene gestito direttamente dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. E proprio qui, accanto al numero di notizie giornaliere da produrre (i lanci) e il numero postazioni a cui fornire il notiziario generale, si delinea la riforma Legnini. Che preannuncia “un percorso di riforma che dovrà essere concluso in modo da consentire l’adozione di nuovi criteri per la stipula dei contratti a decorrere dal 2015”. La linea messa nero su bianco è però quella della “razionalizzazione” del settore e di una “revisione tecnico-giuridica dei criteri inerenti la stipula dei rapporti convenzionali con le agenzie di stampa”. Nessun accenno, invece, all’occupazione.

E così Abete si è subito portato avanti interpretando la razionalizzazione come fusione a caldo tra Asca e di Tm News, un centinaio di giornalisti in tutto. E pensare che soltanto quattro anni fa, quando era già proprietario dell’Asca, aveva comprato Tm News alla cifra simbolica di 10 euro, beneficiando contemporaneamente di una ricapitalizzazione da 10,5 milioni di euro fatta dal venditore Telecom Italia Media per il risanamento e il rilancio dell’agenzia di stampa.

La settimana scorsa il banchiere-editore ha consegnato ai delegati sindacali una bozza del progetto di fusione, senza alcun riferimento al piano editoriale.“Preoccupa la pesante riduzione dell’organico complessivo (una volta avvenuta la fusione, ndr) stimabile in circa 30 giornalisti oltre al personale amministrativo e poligrafico, legata all’applicazione di un contratto di solidarietà al 33%”, è stato il commento dell’assemblea dei redattori dell’Asca. Da Tm News è invece arrivato un richiamo all’esecutivo: “Il settore si basa sulle scelte del governo, perché le convenzioni sono una voce fondamentale per la sopravvivenza delle agenzie”. 

Pochi giorni dopo la mobilitazione generale e l’incontro dei sindacati interni del settore con Legnini che il giorno successivo ha incontrato gli editori. “La fase che stiamo attraversando nel settore pare fondarsi su troppi equivoci e piccole furbizie. Sarebbe perciò incongruo, e per noi non comprensibile né accettabile, un percorso di riforma del comparto delle agenzie di stampa con il confronto con la sola parte degli editori”, è stato l’ultimo commento in merito di Siddi. Per questo, “alla luce di tentazioni emerse in alcune sedi aziendali, rischiano di vanificarsi le migliori intenzioni riorganizzative”. E ancora: “Senza correttivi, diventerebbe presto del tutto impropria alterazione delle regole del libero mercato delle stesse agenzie di stampa l’opera del Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio con l’introduzione, in sede di convenzioni 2014, di una norma che tutela le concentrazioni delle imprese ed i loro fatturati, in quanto, allo stato, del tutto sganciata da criteri di garanzia della qualità dell’informazione e di salvaguardia dei livelli occupazionali“.

Il sindacato ha quindi chiesto al governo “non solo azioni di moral suasion nei confronti delle imprese, bensì l’assunzione di comportamenti coerenti che portino, attraverso uno specifico piano di settore concordato tra le parti sociali interessate, a sostenere, anche mediante l’intelligente uso dei fondi stanziati dal Parlamento in materia di editoria, le trasformazioni in atto nel comparto, nel riconoscimento del ruolo determinante che nello sviluppo di contenuti sul web è chiamata a svolgere l’informazione professionale di carattere primario per la conferma di valori come verità, pluralismo, qualità”. Mentre ali editori “va sollecitato il coraggio di intraprendere la via dell’innovazione di prodotto e di processo, abbandonando logiche assistenzialistiche che li portano a vedere negli strumenti messi a disposizione dal sistema solo mezzi di galleggiamento congiunturale, a spese prevalentemente dei lavoratori (in questo caso delle stesse agenzie di stampa) con l’introduzione in sede di convenzioni 2014 di una norma che, con le eventuali concentrazioni delle imprese, non tuteli solo i loro fatturati.

di Camillo Dimitri e Francesca Martelli