Questa volta il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dà l’impressione di non volerci più spendere sforzi e energie. Non è lui, questa volta, che vuole indicare la strada maestra. Questa volta, per usare le sue parole, “la parola è al Pd”. Le sorti del governo (e del Paese) sono quindi legate al confronto tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e il segretario del suo partito, Matteo Renzi. I due hanno già in programma un incontro mercoledì 11 che precede di meno di 36 ore la direzione nazionale del Pd. Se i due leader democratici troveranno un’intesa, l’organismo del partito (in cui Renzi ha una maggioranza schiacciante) si limiterà a ratificare. Se invece in queste 48 ore Letta e Renzi non troveranno un accordo la direzione si potrebbe trasformare in un ring. Dunque nulla è definito e sbagliano, dice il capo dello Stato, quelli che misurano le probabilità con la durata degli incontri al Quirinale (due ore Renzi, 20 minuti Letta): “Con il presidente del Consiglio – ha detto da Cascais, in Portogallo, dove si trova in visita ufficiale – abbiamo parlato delle cose all’ordine del giorno del governo, rapidamente perché avevamo tutti e due degli impegni”.

La fotografia è quindi quella di una lotta greco romana tra il capo del governo e il segretario del Pd. Letta resiste e vuole rilanciare: “Ho pronto il patto di coalizione con un programma che piacerà a tutti, compreso il Pd”. Qualcuno lo definisce come “l’ultimo giapponese”. Certo è che Letta non vuole mollare l’osso e anzi chiede un altro giro e un’altra corsa, addirittura un altro anno. Il problema è che quando annuncia il nuovo programma viene accolto dal gelo. Anzi, Scelta Civica lo invita a guadagnare l’uscita: ”Auspico che Letta mostri quella generosità che ha sempre dimostrato nella sua carriera politica, favorendo l’apertura di questa nuova fase anche con la messa a disposizione del proprio ruolo spiega il capogruppo di Scelta Civica alla Camera, Andrea Romano, a SkyTg24. “Enrico Letta – prosegue Romano – è uomo di grande esperienza e sensibilità istituzionale. Sono sicuro che lui per primo comprenda l’esigenza di voltare pagina davvero, aprendo una nuova fase della storia politica di questo paese e arrivando rapidamente ad un nuovo governo che sia guidato anche da un’altra personalità“. Cioè Matteo Renzi. Quest’ultimo ha ripetuto in questi giorni che non ha mai chiesto di “andare a prendere il governo”. Le ipotesi restano due, dunque: un governo Renzi (che però duri fino al 2018) o un Letta bis che con nuovo vigore arrivi al prossimo anno, quando si tornerà a votare. Quello che pare certo è che la giornata campale sarà giovedì quando è in programma la direzione nazionale del Pd anticipata appositamente di una settimana. Nel frattempo è difficile che accada qualcosa nelle prossime 24 ore: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è in viaggio in Portogallo e tornerà mercoledì sera.

In Transatlantico a Montecitorio l’ingresso di Renzi a Palazzo Chigi viene dato per cosa fatta. “Il treno è partito e non si può fermare. Ora resta da convincere Enrico…”, dice un dirigente democratico. Già, “convincere” Letta. Al momento le diplomazie, si spiega, sono al lavoro per concordare una “exit strategy”. Ma la situazione sarebbe ancora in alto mare. Da più parti è atteso un contatto diretto tra Renzi e Letta per sbrogliare la matassa. Un incontro o una telefonata tra stasera e domani. Da parte sua, il premier continua a mostrarsi determinato a non cedere. “Enrico vuole fare il Prodi. Vuole farsi sfiduciare”, osserva un deputato renziano. Il lavorio in corso in queste ore è mirato proprio ad evitare una precipitazione di questo tipo. Alcuni nel Pd minacciano di arrivare persino a una sfiducia a Letta nella Direzione di giovedì. Una minaccia, appunto. Un esito di questo tipo, infatti, non sarebbe un buon viatico per l’avvio del possibile Renzi I. Per questo si stanno vagliano altre strade. E si guarda in particolare alle mosse di Scelta Civica e Ncd. Domani, 12 febbraio, all’ora di pranzo Angelino Alfano riunisce il gruppo di Ncd. Anche Scelta Civica dovrebbe pronunciarsi, ha annunciato il segretario Stefania Giannini. Romano, insomma, ha solo aperto una breccia. Tanto che Ernesto Carbone, renziano ed ex prodiano, esce allo scoperto: “Chi consiglia e vuole bene al presidente del Consiglio e ha a cuore il futuro della legislatura e del Paese, in queste ore dovrebbe aiutare il premier a guardare alla realtà che ha una dinamica inesorabile”.

Letta porta avanti la sua proposta di rimpasto, “rischiando – dicono dal Pd – la sfiducia del partito durante la direzione” convocata per giovedì, poiché anticipata di una settimana. I rischi per Renzi sono due: il primo, spiega una fonte Pd, è che “venga visto come una manovra di palazzo e che questo giovi al Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni europee di maggio”. Senza passare per le elezioni “Renzi potrebbe anche bruciarsi la possibilità di essere rieletto” per la seconda volta. Il secondo rischio, invece, riferiscono fonti sempre Pd, “è quello che in un possibile Governo Renzi voglia entrare anche Forza Italia. Che farebbe a quel punto il segretario Pd? Renzi su questo è stato chiaro: nessuna alleanza di governo con Silvio Berlusconi“. Al di là dei rischi, una parte dei renziani, quella che spinge per la “staffetta”, prospetta a Renzi questo scenario: il segretario Pd “sostituisce Letta, prende la guida del Governo – dice un deputato vicino al sindaco – dimostra la sua leadership, compatta il Pd, porta a casa le riforme e magari sorprende pure i 5 stelle”. 

Nel frattempo il vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano torna a ribadire l’appello che ormai ripete da settimane: “Il Pd dica con chiarezza se intende continuare a sostenere il governo Letta o meno – spiega – Se il Pd non dà un’appassionata e sincera disponibilità a rilanciare l’azione di questo governo, la situazione si complica”. “Ho sentito Letta – aggiunge il leader del Nuovo Centrodestra – e gli ho detto che noi siamo pronti ad andare avanti ma anche che questa stessa disponibilità deve ottenerla dal Pd”. Ma sembra l’unico – insieme a Letta – a non accorgersi che l’aria è già cambiata.