Quanto durano 18 mesi? A Palazzo Chigi e al Quirinale gli orologi e i calendari sembrano procedere più lenti. Diciotto mesi: è l’orizzonte deciso dal presidente del Consiglio Enrico Letta per il suo governo di larghe intese e ribadito dopo che l’esecutivo è diventato di intese un po’ più strette. Eppure ora il capo del governo punta a mettersi in tasca almeno un altro anno (e diventerebbero così due in tutto), se non addirittura “l’impensabile”: una corsa lunga fino alla fine della legislatura, 2018. Diciotto mesi che sembrano dover ripartire ogni volta che il governo supera l’ennesimo scoglio. Prima c’era l’urgenza della crisi, poi la condanna di Berlusconi. E ancora: la decadenza del Cavaliere da senatore, l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia, le primarie del Pd, l’elezione di un nuovo segretario democratico che sul governo ha sganciato solo mine. C’è sempre stato un buon motivo per far ripartire il cronometro. Così di 18 mesi ne sono già stati triturati 10 e la strada è diventata un continuo gioco dell’oca, dove il traguardo è coinciso con una nuova partenza. Così ora il capo dell’esecutivo chiede altro tempo, tanto che il programma che oggi Letta chiama “di coalizione” non si chiama più “Impegno 2014”, ma “Impegno Italia” (tra l’altro con sinistre analogie con i Salva Italia e il Cresci Italia dei governi Monti-Passera). “Poi agirà la provvidenza sulla mia sorte personale: l’anno prossimo, gli anni prossimi, non so” dice lo stesso presidente del Consiglio all’inaugurazione della nuova sede di Unicredit a Milano. 

Tutto questo è alla base del duello da giocatori di scacchi tra il capo del governo e Matteo Renzi. Ma anche del confronto tra lo stesso segretario del Pd e il Quirinale: il sindaco vuole fare presto e infatti ha apparecchiato la tavola con tutto il menù che il capo dello Stato ha più volte richiesto. La nuova legge elettorale, le riforme istituzionali. Finito quel percorso – è il ragionamento di Renzi – l’obiettivo dichiarato delle ex larghe intese è raggiunto, perché un governo “deve fare, non durare” come recita una vecchia litania renziana. “Il governo si è preso un impegno di 18 mesi, molto serio, ad aprile del 2013 – ha ripetuto pochi giorni fa il leader del Pd, ribadendolo anche nel suo incontro al Quirinale – Sono passati i primi 10 mesi”. Insomma: ne restano 8, non altri 18 e poi magari altri 18 ancora. Approvata l’abolizione del Senato, delle Province e del Titolo V, non ci sarà da fare altro se non tornare alle urne nel 2015. Tanto è vero che nella lista delle cose da fare Renzi aveva inserito anche lo ius soli e le unioni civili facendo finta di dimenticare che al governo ci sono Lupi, Giovanardi, l’Udc, Mario Mauro, la Binetti. D’altra parte non si può nemmeno dire che la posizione dei renziani sia nuova. Ad agosto Davide Faraone, quando ancora non era componente della segreteria di Renzi e rappresentava ancora la minoranza del partito, aveva spiegato in un’intervista all’Huffington Post: “Ci dica se ha cambiato idea sulla scadenza del governo, in quel caso allora io valuterò se votargli o no la fiducia”. Ecco, da lì non è cambiato nulla. Solo che ora Renzi guida il partito che rappresenta tre quarti del governo. O dovrebbe.

Perfino Scelta Civica invita Letta a lasciare: “Dia spazio a un governo più forte” gli dicono. Lui però ci crede, piazza i sacchi di sabbia sui fianchi della trincea e resiste: “Il progetto di governo che presenterò è convincente e sono convinto che convincerà tutti i partiti che lo sostengono, anche il Pd”. Quindi un nuovo patto di coalizione (che doveva arrivare entro gennaio e invece siamo già a febbraio, un altro mese mangiato) e in questo “un programma per i prossimi tempi che considero essere quello di cui abbiamo bisogno nel Paese in forte continuità con quello che facciamo”. Tra i primi obiettivi un rilancio della crescita in cui aumentino anche i posti di lavoro, assicura, creando “le condizioni perché le imprese riescano a investire”. Il presidente del Consiglio è convinto di avere ancora sopra alla sua testa l’ombrello del Colle: “Ho incontrato questa mattina Napolitano e abbiamo parlato sulle prospettive di governo e le scelte da fare”.

Il presidente del Consiglio – raccontava l’Ansa qualche giorno fa – pensa ad pacchetto di misure di impulso all’occupazione e alla competitività, di riduzione delle tasse su famiglie e imprese, sburocratizzazione, semplificazione, decontribuzione, digitalizzazione e internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, investimenti pubblici in opere infrastrutturali, credito d’imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, lotta alla criminalità economica, rilancio del turismo. Qualcosa di simile al libro dei sogni per una coalizione che va da Pippo Civati – uomo del dialogo con i grillini – a Pierferdinando Casini – l’uomo dell’ennesimo giro di valzer. L’unica iniezione di energia potrebbe arrivare dall’inserimento di figure vicine a Renzi, ma è difficile capire se sarà sufficiente per mantenere in vita il suo esecutivo. “Se il governo trova il suo rilancio, se fa un bel semestre europeo – ragionava un parlamentare vicino a Letta sempre con l’Ansa -, se incide in Europa, come si fa a dire che si deve fermare la ripresa per andare a votare?”. 

Diciotto mesi non finiscono mai. D’altra parte nessuno ha dato quel limite di tempo a Letta. Se lo è messo da solo e se lo è ripetuto una volta al mese, almeno. A partire dal discorso per la prima fiducia alle Camere, nell’aprile scorso. Ma poi a fine maggio (“Riforme in 18 mesi o istituzioni non credibili”), a inizio giugno (“18 mesi è il limite rispetto al quale io ho preso un impegno con il Parlamento se non c’è il risultato definitivo ne trarrò le conseguenze”. A settembre conferma il termine dell’anno e mezzo di vita per il governo, a ottobre conferma che il “crono-programma è rispettato anzi siamo in anticipo e vogliamo continuare a tenere il punto”, a novembre “l’orizzonte si ferma sul lavoro dei 18 mesi per cui ho avuto la fiducia e su cui voglio essere giudicato” giura, a dicembre – con la nuova fiducia dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza – niente cambia, anzi ora c’è una nuova maggioranza “più compatta e solida” dopodiché, al termine dei 12-18 mesi, si valuteranno i risultati ottenuti e il Parlamento, sovrano, deciderà il da farsi.

Eppure proprio il 2018 potrebbe trasformarsi, anziché l’orizzonte di Letta, quello di Renzi. O almeno questo lui ha posto come condizione nell’incontro al Quirinale con Napolitano. E’ l’ultima delle strade che il segretario del Pd desidera, ma se dovesse essere chiamato a “sacrificarsi” la pre-condizione è appunto che non ci sono scadenze se non quelle della legislatura. Così ci sarebbe tempo per un programma con lo “sguardo lungo”, che permetterebbe anche di piantarla con il ritmo forsennato decreti (per giunta “omnibus”). E consentirebbe al presidente della Repubblica, finalmente, di lasciare il suo incarico e il peso della guida del Paese al suo successore.