La Corte dei conti del Friuli Venezia Giulia ha condannato in primo grado l’ex capogruppo del Partito democratico in Regione Gianfranco Moretton alla restituzione di 60mila euro. È la prima condanna di questo tipo in Italia dallo scoppio dello scandalo dei rimborsi ai gruppi regionali. La sentenza per la prima volta elenca una serie di spese che un consigliere non dovrebbe mai mettere a rimborso quando si parla di spese di rappresentanza. Tra queste ci sono spese in ristoranti di lusso, enoteche, bar, negozi di scarpe e pelletterie e addirittura acquisti in un negozio di articoli per bebè, adozioni a distanza. Ma soprattutto sancisce che i presidenti dei gruppi consiliari avevano l’obbligo di verificare le spese che venivano presentate per essere rimborsate. Per questo secondo i giudici Alfredo Lener, Paolo Simeon e Alberto Rigoni, Moretton – capogruppo durante la scorsa consiliatura – deve pagare anche per le spese di tutti i suoi colleghi di partito perché non ha “correttamente gestito le pubbliche risorse a lui assegnate quale presidente del gruppo (…) avendo omesso di riportare per ciascuna di esse il contesto e l’occasione pubblica nelle quale sono state sostenute”. La richiesta iniziale del procuratore Maurizio Zappatori era stata di 100mila euro, ma la restituzione volontaria alla Regione di parte dei soldi da parte dei consiglieri ex colleghi di Moretton, ha portato la quota a dimezzarsi.

La sentenza dei giudici di Trieste, che riguarda solo l’anno 2011, potrebbe fare giurisprudenza in Italia, proprio mentre in decine di Regioni altre Procure contabili hanno chiuso o stanno chiudendo inchieste a carico di consiglieri regionali di tutti gli schieramenti politici. Innanzitutto i magistrati friulani mettono in chiaro che cosa si dovrebbe intendere per spese di rappresentanza: “Si tratta di esborsi finalizzati a finanziare iniziative di visibilità e di comunicazione esterna del gruppo mediante la copertura delle spese di ospitalità o di convivialità per personalità o autorità esterne, onde consentire la massima divulgazione dell’attività istituzionale che svolge il gruppo all’interno del consiglio regionale con lo scopo di far percepire all’elettorato l’impegno della coalizione. Esse devono rispondere a criteri di decoro, sobrietà ed economicità”. Secondo i giudici invece “Moretton ha cercato di fornire una giustificazione delle spese che gli vengono contestate, indicando in via generica esigenze di ‘ascolto’ delle necessità e delle aspettative della società civile che richiedevano ripetute consumazioni presso bar o ristoranti”. Giustificazioni che per i magistrati sono “generiche, tardive e autoreferenziali”. 

Difficile pensare peraltro che fossero destinati a spese di rappresentanza i 194 euro spesi in un negozio di scarpe nel novembre 2011, oppure le due ricevute da 230 euro e da 280 euro della vigilia di Natale 2011 rilasciate dallo stesso negozio. Quasi impossibile comprendere a quale rappresentanza fare corrispondere la spesa di 337 euro del 16 novembre 2011 in un negozio di Trieste specializzato nella vendita di articoli per neonati. Nelle 27 pagine della sentenza scritta da Alberto Rigoni e depositate il 3 febbraio 2014, a essere criticate dai giudici sono soprattutto le cene, ripetute e spesso di lusso: “Da stigmatizzare la frequenza eccessiva di ricevute di numerosi pasti consumati presso ristoranti, anche d’eccellenza, presenti nella Regione Friuli Venezia Giulia e in genere nel territorio nazionale che rende inverosimile – sia per la numerosità, sia per la mancanza d’indicazione specifica dei partecipanti alle riunioni conviviali e della giustificazione – che si tratti, per tutte le circostanze, di incontri istituzionali. A ciò deve aggiungersi l’incongruo ripetersi di ricevute rilasciate sempre dagli stessi ristoranti, molto spesso collocati fuori dalla regione o addirittura interni a circoli velistici della provincia di Trieste”.

I giudici hanno anche respinto l’eccezione presentata da Moretton, secondo cui la Corte dei conti non è titolata a giudicare le spese dei consiglieri regionali in quanto non “meri dipendenti pubblici”, ma membri di un organo legislativo la cui attività sarebbe insindacabile. Ma l’insindacabilità, secondo i giudici riguarda solo “le manifestazioni di volontà e d’opinione nel coorso della attività d’aula”. Ora Moretton, che ha speso personalemente 14 mila euro dei 60 mila euro contestati in totale per il gruppo, potrà presentare ricorso. “È il primo frutto di indagini complesse”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it il procuratore Zappatori, che ha già citato a giudizio altri consiglieri regionali e che sta indagando anche su altri anni.