Un rinvio a giudizio per un “mi piace” su Facebook. È quello che rischia un uomo di Parma, che per un semplice click sul social network potrebbe finire davanti a un giudice del tribunale. La Procura della Repubblica di Parma ha chiesto il rinvio a giudizio per il parmigiano, accusato di concorso in diffamazione aggravata, e che ora per quel gesto quasi automatico con il mouse rischia una condanna da sei mesi a tre anni o una multa di 516 euro.

I fatti risalgono a mesi fa, quando l’uomo era intervenuto in una disputa tra due donne appartenenti a un movimento politico, esprimendo su una bacheca altrui il proprio gradimento verso uno degli insulti indirizzati a una delle due contendenti dall’altra. A mettere nei guai il parmigiano è stato un banale click sul tasto “like” della bacheca di Facebook, l’abitudine più diffusa per i frequentatori della Rete e del social network, che in questo modo immediato commentano senza il bisogno di parole il contenuto dei post. In questo caso però, il messaggio a cui il parmigiano ha apposto il suo “mi piace” non era all’acqua di rose. Si trattava infatti di uno degli ultimi insulti di una lunga lista di quasi una trentina di commenti, che le due donne si erano scambiate nella stanza virtuale dopo un diverbio legato ad attriti sul coordinamento del movimento.

L’uomo, pur essendo estraneo alla vicenda, leggendo la querelle si era schierato con una delle due donne, che nel messaggio si rivolgeva alla rivale e a suo figlio con frasi offensive e riferimenti espliciti alla sua persona. Come riporta la Gazzetta di Parma, il pm ha ritenuto che la reputazione e l’onorabilità della signora siano state lese da quelle affermazioni, tanto che da quel post è partita una querela per diffamazione aggravata e un’indagine penale che potrebbe portare conseguenze serie anche agli utenti che fino a poco tempo fa erano ignari della loro presunta colpevolezza. La polizia postale infatti è risalita non solo a chi aveva scritto il messaggio sulla pagina di Facebook, ma anche a chi in qualche modo lo aveva commentato o semplicemente apprezzato, come in questo caso l’ignaro utente di Parma. L’uomo, insieme ad altre persone che avevano cliccato ma anche scritto affermazioni legate al post incriminato, ha scoperto solo dalla notifica della denuncia quanto grave si sia in realtà rivelato il suo “like”. Così, ora a rispondere dell’accusa di diffamazione aggravata non sarà solo chi ha scritto quelle parole offensive, ma anche chi, con un semplice click, secondo l’accusa ha dato manforte agli insulti, rendendosi in qualche modo complice dell’atto.