A poco valgono le grida di giubilo del presidente del consiglio, Enrico Letta che, a proposito del lieve calo (-0,4%) toccato nel terzo trimestre 2013 dal debito pubblico italiano per la prima volta in due anni, mercoledì ha dichiarato: “Un’altra riprova della bontà del cammino di politica economica intrapreso, un nuovo segnale che ci incoraggia a proseguire sulla strada delle politiche per la crescita, nel rispetto della tenuta dei conti pubblici”. Il debito italiano, però, resta il secondo più ingombrante d’Europa, subito dietro a quello della Grecia. E, pur con l’eccezione che conferma la regola, mentre da tre anni a questa parte la politica non fa che parlare di tagli alla spesa pubblica, nello stesso arco di tempo la colonnina dei “dare” nei conti pubblici della Penisola, ha continuato ad allungarsi. Tanto che lo scorso anno il debito pubblico italiano si è portato ampiamente sopra i 2mila miliardi di euro (2.104 miliardi il picco toccato a novembre).  Naturale, quindi, che gli italiani si chiedano che effetto abbiano avuto sui conti pubblici le manovre annunciate ai quattro venti prima dal quarto governo Berlusconi, poi da quello dei tecnici guidato da Mario Monti e, infine, dall’attuale esecutivo delle larghe intese di Enrico Letta. Per farsi un’idea, occorre spulciare l’ultimo Bollettino di Bankitalia su finanza e debito pubblico. Ecco, di seguito, le risposte alle domande più frequenti.

A quanto ammonta il debito pubblico?
La definizione che Bankitalia dà del debito pubblico, partendo dall’articolo 104 del Trattato di Maastricht sulla Ue del 1992, è “la somma delle passività” di uno Stato membro in tre categorie di strumenti finanziari: biglietti, monete e depositi; titoli diversi dalle azioni con esclusione degli strumenti finanziari derivati (i titoli di Stato) e prestiti. A novembre 2013 il debito ha raggiunto la cifra record di 2.104 miliardi di euro, anche se a dicembre secondo Via Nazionale dovrebbe essersi “fortemente ridotto” alla luce del “consistente avanzo e del netto calo delle disponibilità liquide del Tesoro”.

Come è composto?
I titoli pubblici da rimborsare (a breve, medio e lungo termine) a fine novembre 2013 ammontavano a 1.779 miliardi. La vita media residua del debito si è abbassata dai 7,5 anni del 2011 ai 6,8 di fine novembre 2013. Gli altri 325 miliardi derivano da valute e depositi (153 miliardi), dai prestiti ricevuti da banche e altre istituzioni finanziarie (128 miliardi di euro) e da altre passività, tra cui quelle che derivano dai trasferimenti al Fondo europeo salva Stati Efsf (33 miliardi).

Chi ha in mano il debito pubblico italiano?
Tra il 2011 e il 2012 la quota del debito italiano in mano estera è scesa da 721 a 663 miliardi, per poi tornare a salire a 693 miliardi a ottobre 2013 (ultimo dato disponibile). Quindi è circa un terzo del totale di 2.085 miliardi di euro. Un altro terzo è in mano alle banche italiane che possiedono 667 miliardi di euro dei debiti dello stato, seguono le altre istituzioni finanziarie, come le assicurazioni (387 miliardi). Cifre alle quali vanno aggiunti i 99 miliardi che erano in mano alla Banca d’Italia alla fine dello stesso mesi di ottobre. Gli italiani e le imprese di casa nostra, infine, ne avevano per quasi 200 miliardi di euro.

Quanto spende lo Stato?
Dal 2011 al 2012 le spese correnti, quelle per mandare avanti la baracca (sanità, scuola, politica, forze armate, forze dell’ordine, etc.) sono aumentate di circa 10 miliardi di euro, passando da 459,1 a 469,3 miliardi di euro, nonostante le entrate tributarie  nello stesso periodo siano cresciute passando da 402 a 409 miliardi. Le spese in conto capitale, quelle per gli investimenti che fanno ripartire l’economia, sono invece diminuite di circa 2 miliardi. E i tagli dove vanno a finire? La quota del debito delle amministrazioni locali è scesa a 109 miliardi  (dato registrato a novembre 2013) dai 118 miliardi di euro del 2011, quella delle amministrazioni centrali nello stesso periodo è invece salita passando da 1.798 a 2.004 miliardi.

Eppure lo Stato centrale sembra continuare a succhiare soldi: il fabbisogno nel 2012 è passato da 62 a 68 miliardi, invece quello delle amministrazioni locali in un anno è passato da 1,5 a -2,3 miliardi. Tuttavia, a guardare bene non è il centro a spendere e la periferia a tagliare: alla formazione del fabbisogno delle amministrazioni centrali concorrono, infatti, anche le transazioni con gli altri enti delle amministrazioni pubbliche, compresi quindi gli enti locali. Il fabbisogno delle amministrazioni locali e degli enti previdenziali, dunque, riflette necessità di finanziamento aggiuntive rispetto a quelle coperte dai trasferimenti statali.

Chi guida le aste dei titoli di Stato e che criteri usano?
Ogni anno il dipartimento del Tesoro (che sta sotto il ministero dell’Economia) pubblica le “linee guida della gestione del debito pubblico” in cui viene illustrata la strategia di emissioni di titoli di Stato per i 12 mesi successivi. In questo modo il Tesoro fornisce elementi utili, si legge nelle Faq del sito istituzionale, “che consentano di comprendere le scelte di emissione che verranno compiute in corso d’anno, tenendo tuttavia conto che queste non potranno non dipendere dalle condizioni che si svilupperanno sui mercati finanziari internazionali, condizioni che sicuramente influenzeranno le preferenze degli operatori per i vari strumenti offerti dal Tesoro”.

Nel calendario delle emissioni pubblicato dal ministero dell’Economia, invece, sono indicate le date di svolgimento d’asta e di regolamento con la distinzione tra i titoli a breve termine (Bot e Ctz) e quelli a medio-lungo termine (Btp e Cct). Inoltre, nel programma trimestrale di emissione sono specificate le caratteristiche finanziarie dei titoli da emettere nel corso del trimestre successivo.