Un tour in pullman per visitare i luoghi simbolo della colonizzazione mafiosa nella Riviera romagnola, alberghi, locali notturni, ristoranti, ma anche semplici vie cittadine, “e dimostrare ai cittadini quanto la mafia, anche al Nord, sia ormai radicata”. E’ questa l’iniziativa con cui il Gruppo Antimafia Pio La Torre, nato nel 2008 da un gruppo di volontari romagnoli che d’estate preferiva andare a Corleone, in Sicilia, per collaborare alla riqualificazione dei beni confiscati a Cosa Nostra, piuttosto che rilassarsi in vacanza, ha deciso di celebrare il quinto anno di attività: il Riviera Mafie Tour, che il 25 gennaio sarà alla sua prima edizione. “I cittadini – spiega Patrick Wild del Gruppo Antimafia Pio La Torre – credono ancora che la criminalità organizzata sia un fenomeno geografico appartenente al Sud Italia, ma non è più così da tempo. Non solo la mafia è radicata anche al Nord, ma agisce negli stessi luoghi che le persone frequentano nella loro quotidianità, luoghi che si trovano a due passi dalle loro case. Così abbiamo deciso di dare vita a un’iniziativa che consentisse a chiunque di capire quanto vicina sia la mafia, e quanto violenta sia la sua mano anche al di fuori dei confini di Cutro, Monreale o Canicattì”.

Ideato sulla base dell’esperienza condotta a Roma dall’associazione Da Sud, il percorso in pullman attraverserà Rimini, Riccione, Cattolica e Misano, fermandosi a raccontare, tappa dopo tappa, i luoghi e le cronache che oggi testimoniano la presenza della mafia in Riviera: dalla sparatoria di viale Ceccarini a Riccione ai beni confiscati a Bellaria Igea Marina, dalla vicenda del nightclub Pepe Nero al sequestro dell’hotel Mutacita a Rimini. Una presenza già denunciata dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, in tribunale, processo dopo processo, e dall’associazione Libera, che nei giorni scorsi ha presentato il terzo rapporto annuale sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. “Ma che oggi la società deve ancora accettare – racconta Wild – ciò che serve è un cambiamento culturale, oltre che un supporto politico alle forze dell’ordine in prima linea sul territorio: servono sentinelle che sappiano riconoscere i segnali in grado di smascherare la presenza della criminalità organizzata”. E’ stata l’operazione Mirror, che ha evidenziato i legami della mafia con il tessuto economico riminese, del resto, a testimoniare la difficoltà, per le forze dell’ordine, di trovare collaboratori di giustizia nel corso delle indagini in Emilia Romagna: “Gli imprenditori, per paura o per interesse, non parlano, ed è raro che ci siano denunce. Per questo l’apporto dei cittadini è ancor più importante”.

E sempre per questa ragione il contributo delle istituzioni è significativo. “Perché la negazione del problema è l’atto più grave che si possa compiere, porta a una sottovalutazione del fenomeno che di fatto – sottolinea Wild – consente alle mafie di penetrare ancor più a fondo nel tessuto socioeconomico, in controtendenza con il lavoro della magistratura sul territorio”. Il riferimento è anche all’intervista rilasciata dall’assessore regionale al Turismo Maurizio Melucci a Michela Monte, regista del documentario “3 stelle in contanti”, durante la quale l’ex vicesindaco di Rimini definiva “una bella barzelletta” “l’immagine che la riviera romagnola sia in mano alla mafia”. “Un assessore non dovrebbe usare termini così superficiali – critica Wild – tanto più quando nel corso del suo mandato non ha mai denunciato pubblicamente quei fenomeni che oggi si stanno delineando anche dal punto di vista giudiziario”.

Le operazioni Mirror, Vulcano I e II, Staffa, Criminal Minds, Titano e Decollo, alcune delle quali giunte alla vigilia del dibattimento, altre prossime alla sentenza: “I dati di cui si parla in relazione al radicamento delle mafie non solo in Riviera, ma in Emilia Romagna, non sono ipotesi, ma provengono da sentenze passate in giudicato, dai rapporti della Dia e della Dna, e smentiscono Melucci”. L’assessore aveva poi ritrattato quelle frasi in seguito alle polemiche suscitate dall’intervista, “tuttavia l’episodio richiama a una riflessione – continua Wild – la sottovalutazione è esattamente ciò che ha portato a situazioni come a quella lombarda, piemontese o ligure. Certo, l’Emilia Romagna non è ancora a quei livelli, tuttavia non bisogna abbassare la guardia”.

La Regione Emilia Romagna ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo “Black Monkey”, avviato in seguito alle indagini della Guardia di finanza su un’organizzazione criminale dedita al gioco illegale, proprio per “confermare l’impegno della Regione a rafforzare la corazza istituzionale attraverso la prevenzione e il contrasto alle infiltrazioni mafiose”. “Un segnale forte – racconta Wild – sulla falsariga di quanto avvenuto in merito al processo sulla trattativa Stato – mafia, ma a fianco di messaggi simili bisogna continuare a portare avanti provvedimenti concreti”.

Anche questo è lo scopo di Riviera Mafie Tour, che il 25 gennaio avrà la sua “data zero”: “vedremo come andrà e poi lo renderemo un appuntamento fisso”, spiega il Gap. Che per la tre giorni ha previsto anche una cena della Legalità “per finanziare il lavoro della cooperativa Lavoro e non solo, impegnata nella riqualifica dei beni sequestrati a Cosa Nostra”, un incontro sul conflitto nel Nord Irlanda e la proiezione del documentario Romagna Nostra: le mafie sbarcano in Riviera.