“L’immagine che la riviera romagnola sia in mano alla mafia la ritengo una bella barzelletta. A me non risulta infiltrazione mafiosa, nel senso classico del termine”. Non è passata inosservata la dichiarazione rilasciata al microfono di Michela Monte, regista del documentario “3 stelle in contanti” di Maurizio Melucci, assessore al turismo della Regione Emilia Romagna in quota Pd ed ex vice sindaco di Rimini. Dopo che ilfattoquotidiano.it ha diffuso la video-inchiesta, la notizia è stata ripresa da diversi quotidiani e allora Melucci è stato costretto a un prudente dietrofront per aggiustare i toni e rimediare alla gaffe.

Scrive su facebook, in risposta a un articolo uscito il 3 gennaio sull’edizione riminese del Corriere di Romagna, chiarendo che le sue parole volevano essere una “correzione delle esagerazioni apparse nei mesi passati sui mezzi di informazione nazionali, per altro non riconducibili alle istituzioni locali”. Poi continua: “Nell’intervista ho chiarito due aspetti: il primo che l’attenzione di tutte le istituzioni sul rischio infiltrazione mafiose è alto e tale deve rimanere (chi rivede il video potrà verificare che ciò non è stato detto ndr). Il secondo punto è che l’immagine di una Riviera in mano alla mafia non corrisponde alla realtà. Da ciò – conclude – il termine “barzelletta”. Una cosa sono i passaggi di proprietà (per altro molto limitati), altra cose cosa i passaggi di gestione con quei fenomeni che tutti conosciamo e a cui ho fatto riferimento nell’intervista e che non possono escludere anche aspetti malavitosi”.

A intervenire polemicamente con il post di Melucci è, sempre su fb, il presidente della Provincia di Rimini Stefano Vitali, che si rifà a un articolo apparso nel 1969 sul Corriere della Sera: Giampaolo Pansa intervistava l’allora sindaco di Palermo, Franco Spagnolo. “All’epoca Spagnolo diventò famoso per una felice sintesi, ‘la mafia non esiste’ – ricorda Vitali – che continua riportandone alcuni passaggi. Quarantacinque anni dopo quelle dichiarazioni – prosegue Vitali – possiamo dire con sicurezza che la ‘cultura della rimozione’ di cui era intriso Franco Spagnolo, è stata debellata grazie a un comune senso civico nazionale. Possiamo, come accadde allora, leggere con sarcasmo e indignazione quelle parole ‘dall’alto della nostra acclarata coscienza settentrionale’? Possiamo perfino dalle nostre parti riminesi, anch’esse purtroppo testimoni diretti e indiretti di un’invasione liquida e felpata della criminalità organizzata, certificata da decine di inchieste giudiziarie e rapporti prefettizi, dire senza timore di smentita che l’Italia tutta si sia lasciata alle spalle quelle parole, quell’intervista, quella cultura? Da adesso, abbiamo un anno di tempo per offrire una risposta seria. O una risata. O un silenzio”.

E allora il presidente della Provincia richiama Melucci a non fuggire come amministratore pubblico “un problema che esiste e che va affrontato adesso prima che sia troppo tardi”, perché “a Rimini siamo sempre stati una lavanderia di soldi sporchi e in passato abbiamo negato anche l’evidenza, perfino i dossier antimafia, per evitare di perdere turisti”. Ma Melucci non è nuovo a un approccio negazionista ai problemi: quando da decenni l’associazione ambientalista riminese “Basta merda in mare” denunciava la pericolosità per la salute degli scarichi a mare, lui che ha ombrellone e lettino in prima fila al bagno Tortuga beach, vicino allo sbocco fognario della fossa Colonnella 1, ne negava la pericolosità, rispondendo che bastava non mandare in acqua i figli dopo che era piovuto e che gli sfioratori di piena erano stati aperti.

La Riviera non è ancora “la terra di boss” come ci tiene a precisare il sindaco di Rimini Andrea Gnassi, ma certo la mafia sta tentando da tempo di radicarvisi stabilmente, come in tutte le realtà dove gira denaro e lo si può riciclare. C’è chi gli occhi li ha aperti per tempo, come il prefetto e le istituzioni locali che hanno sottoscritto protocolli operativi, e il gruppo antimafia Pio La Torre che ha realizzato e sta divulgando il documentario: “Romagna nostra le mafie sbarcano in riviera”, un film che narra, attraverso quattro storie di imprenditori, vicende di violenza e metodi tipicamente mafiosi, per raccontare la penetrazione delle mafie in una terra che a lungo si è ritenuta immune dal contagio.