Confessioni di un regista al bivio tra masochismo e paradosso: “Dopo 25 anni di cinema e undici film mi ero illuso di meritarmi una polemica seria. Volevo essere maltrattato sul contenuto, rispondere a un tema documentato, affrontare una critica oggettiva. Invece, niente. Mi ritrovo con farsa di basso conio una sbattuta su un orribile giornalaccio e una discussione grottesca sulle offese che una storia ambientata in una località immaginaria e inesistente avrebbe recato alla Brianza”. Pausa. Risata: “Siamo messi molto male, altro non riesco a dire se non che più che con me, forse al tempo se la sarebbero dovuta prendere con Mogol. Non era stato lui, scrivendo per Battisti, a sognare di fuggire dalla Brianza velenosa?”.

Un paio di mezze frasi estrapolate da un’intervista di Natalia Aspesi per Repubblica e la storia raccontata da Paolo Virzì ne Il capitale umano (tratta da un notevole romanzo americano di Stephen Amidon e impreziosita da un cast adeguato con Golino, Gifuni, Bruni Tedeschi, Bentivoglio e Lo Cascio) è immediatamente precipitata nel pantano della polemica localistica. Virulente reazioni dagli assessori del centrosinistra comaschi, piccati controcanti polifonici dal leghismo monzese: “Non siamo così, basta con gli stereotipi”, un trasversale comizio regionalistico baciato dalla solita insperata coda di pubblicità occulta che Libero ama offrire agli avversari ideologici quando si entra, per usare le parole di Virzì: “In una zona oscura in cui il ragionamento è sopraffatto dai fantasmi della politica, del pregiudizio e del dipinto fantasioso delle presunte lobby che dominerebbero la vita pubblica. Non so in base a quale calcolo delirante ne farei parte, ma per quanto mi riguarda possono continuare a definirmi come vogliono”. Traslare con l’aiuto di Francesco Piccolo e di Francesco Bruni il Connecticut di Amidon in un’indefinita terra del profitto simile alle mille Lombardie del nostro Nord non gli è servito a evitare gli anatemi. Libero come di consueto ha lavorato di ellissi.

Occhiello in prima pagina: “Presunti intellettuali”. Titolo: “Soldi pubblici al film che insulta chi lavora”. Duro editoriale di Belpietro. All’interno (ridondanti) delizie per tutti i palati. Pagina 2: “Settecentomila euro a Virzì per insultare chi lavora”. Pagina tre: “Ci fanno la morale con i soldi nostri”. Pagina 5, sotto l’indicazione per i meno accorti: “Ciak si mangia”, il soave: “Ozpetek, Celestini e Pif, l’esercito dei mantenuti”. Virzì vorrebbe rimanere serio, si sforza: “Mi danno dell’intellettuale mantenuto, ma in verità, pur sentendomi un cinematografaro e tutt’al più un artistoide, devo dire che mi sbatto con alterne fortune da quando ho i calzoni corti e ho saputo dalla produzione senza emozionarmi particolarmente che avremmo fruito di un finanziamento pubblico che, come sa chiunque non faccia propaganda, deve essere restituito e può rivelarsi persino un affare per lo Stato che anticipa parte dei soldi”.

Detto questo, nell’eterna rivisitazione dei panni sporchi da lavare in famiglia, delle comunità che prendono cappello in presenza di uno specchio e del cinema cattivo maestro, Virzì ha una certezza: “Stiamo parlando di persone che non hanno visto il film e in definitiva, di nulla. Cercavo un posto che restituisse una bellezza inquietante, l’ho trovato, ho girato. Como non è davvero Como, la Brianza ovviamente non è la Brianza e il campanile in questa pseudo tavola rotonda non c’entra niente. Ho preso ispirazione dal luogo, nulla di più, come del resto mi è capitato di fare spesso proprio nel posto in cui sono cresciuto, Livorno”. Non risulta che gli abitanti dell’Ovosodo e della Corea abbiano mai protestato per come Virzì raccontasse con gusto per l’eccesso i talenti di certi abitanti dei due quartieri. “I personaggi assolutamente irragionevoli” della sua provincia. I Furio Brondi poi finiti “in comunità a intrecciare cesti di giunco” che nell’età ribalda si divertivano a staccare con i denti la testa alle lucertole e poi taglieggiavano “i bimbetti” nel cortile costringendoli a tradire il patto filiale: “Come sono le vostre mamme?”, “Troie”. O i Silvano Ciriello “chiamato Wyoming per una sua particolare abilità”. Ripetere ruttando il nome del meno popoloso tra tutti gli States, senza dimenticare di annoverare nell’arte già descritta da Omero anche “Aurelia, aiuola, aureola e Palaia che era il paese della sù mamma”.

Virzì ammette che per Livorno ha usato termini “sanguinosi”, ma a più di mezzo secolo da Il vedovo e dalla sua fotografia della società infestata da piccoli arrivisti e industriali lombardi travestiti da squali con villa in Brianza, aereo personale e panfilo, probabilmente non si aspettava un’aggressione da commedia all’italiana. Una diatriba “buffa e scomposta” che come già in occasione di Draquila di Sabina Guzzanti (all’epoca del capolavoro si occupò Sandro Bondi) offre al più credibile erede di Monicelli e Risi un tuffo involontario nel paradosso, un trampolino di luce gratuita sull’opera e un alterco da cui trarre prossima ispirazione. In un domani di reciproca comprensione Virzì crede il giusto: “A Belpietro vorrei dire: ‘Ti prego, fatti avanti, proponi una riforma culturale credibile e luminosa per il futuro e ti verremo incontro a braccia aperte’. Invece il livello della riflessione proposto da Libero è desolante, trionfa la demagogia e al bar sotto casa mia, con tutto il rispetto per baristi e avventori altrimenti si offendono anche loro, si vola molto, ma molto più in alto”.

Dal Fatto Quotidiano del 9 gennaio 2014