La mafia la sconfiggi con le piccole cose. Anche garantendo un servizio funebre comunale. Ed è quello che abbiamo fatto a Napoli, approvando una nuova delibera che istituisce un servizio funebre pubblico, a prezzi contenuti. Una delibera che, di fatto, liberalizza un settore bloccato, influenzato da monopolisti e che, purtroppo, nonostante i tanti imprenditori per bene, era al centro di corruzione e di interessi camorristici.

Può esistere lo Stato senza la mafia, infatti, ma non viceversa. La mafia ha bisogno di uno Stato complice, di funzionari infedeli che garantiscano a certi settori rendite d’oro, protezioni e privilegi. Per sconfiggere le mafie, allora, dobbiamo far rispettare regole uguali per tutti, liberando l’economia dai cartelli criminali e dagli accordi sottobanco, favoriti dai colletti bianchi corrotti e da imprenditori senza scrupoli. La mafia prospera in settori “protetti”, dove la competizione non c’è, e dove il mafioso ha tutto l’interesse a “occupare” certe attività economiche proprio perché garantiscono profitti d’oro, senza rischi d’impresa, e con investimenti bassissimi. L’attività economica del mafioso, quando non strettamente parassitaria e legata all’estorsione, si concentra in settori dove è facile creare fruttuose rendite monopolistiche e, attraverso la minaccia o l’uso della violenza criminale, mette fuori gioco i competitor, che o sono costretti a fare cartello col mafioso di turno o che direttamente gli cedono l’impresa. Ma, come in ogni fallimento della competizione e del mercato, perché la cricca monopolistica e mafiosa incominci a fare affari, è necessario che chi è preposto a dettare e far rispettare le regole – la politica -, o ne scriva di sbagliate per “dare un aiuto agli amici degli amici” che garantiscono voti o, semplicemente, le disapplichi, sempre in vista di uno scambio di favori.

Ecco perché, se lo Stato decide di non fare favori, la mafia scompare. Ecco perché la mafia è interessata a quei settori dove è facile creare monopoli. Il business della camorra si annida dove si erogano servizi indispensabili, come le pompe funebri o il traffico dei rifiuti: perché tutti moriamo e tutti produciamo rifiuti. E per le ditte di quei settori, ci sarà sempre domanda. Allora, per mettere fuori gioco le mafie, dobbiamo aprire i mercati chiusi e far rispettare poche e chiare regole.

Da sindaco, ho subito deciso che per liberare dalla malavita quei settori, era necessario “scassare i monopoli”. A Napoli, l’abbiamo fatto subito nella gestione dei rifiuti, dove praticamente tutte le imprese che lavoravano per il Comune di Napoli quando sono diventato sindaco erano state oggetto di interdittiva antimafia: il business della monnezza era giunto a un punto di non ritorno, con le foto delle montagne di rifiuti in strada che avevano fatto il giro del mondo. A mali estremi, estremi rimedi. Due anni fa, così, abbiamo scelto di “internalizzare” il comparto rifiuti, recidendo tutti gli appalti privati alle ditte sospettate di contiguità opache, e abbiamo sostituito al monopolio privato il monopolio pubblico.

Una scelta che, alla prova dei fatti, è stata efficace non solo per cacciare la camorra dal Comune, ma anche per abbattere i costi di conferimento, oggi più bassi rispetto alla gestione privata. A riprova che c’era un “cartello” ai danni della collettività.

Diversa la situazione, oggi, del settore funebre, dove siamo intervenuti con una delibera licenziata pochi giorni fa. Abbiamo deciso di scardinare quel monopolio, entrando nel mercato e offrendo un nostro servizio comunale. Una cosa apparentemente semplice eppure rivoluzionaria, perché abbiamo dovuto trovare le risorse. Oggi, ci stiamo riuscendo. Dando una mano ai cittadini che vogliono imprese pulite e sostenendo le tante imprese pulite che sono state messe alla corda dalla camorra.

Il nostro servizio comunale cimiteriale costerà la metà di quello erogato in media dai privati.

E i tanti privati onesti, magari allontanati dal settore con minacce e ritorsioni – il celebre business del “caro estinto” -, potranno tornare in gioco e fare la loro offerta.