Sta facendo discuterequanto accaduto nelle scorse ore, a seguito della notizia del ricovero di Pier Luigi Bersani, quando il solito immancabile manipolo di imbecilli e maleducati non ha trovato niente di meglio da fare che augurare la morte all’ex Segretario del partito democratico, in calce ad alcuni articoli di giornale e, in particolare, alla ripubblicazione di uno di tali articoli sulla pagina Facebook di questo giornale. Il Fatto Quotidiano, davanti al moltiplicarsi di tali commenti idioti ed offensivi – più che per Pier Luigi Bersani per gli stessi autori – ha scelto una soluzione radicale: rimuovere la pubblicazione dell’articolo sulla propria pagina Facebook.

L’episodio ha acceso uno stimolante dibattito – purtroppo non inedito e, anzi, ormai, quasi ciclico – sulla responsabilità di chi consente tali gratuite manifestazioni di violenza verbale e, più in generale, sui possibili rimedi per arginare il dilagante fenomeno del cosiddetto hatespeech online.

Solo il periodo festivo, la sospensione dei lavori parlamentari e le vacanze dei big della politica, probabilmente, hanno, sin qui, evitato – ma non è detto che non accada domani – che qualcuno si precipitasse a proporre, a gran voce, l’adozione di nuove leggi che, con la scusa di mettere un cerotto sulla bocca all’imbecille di turno, minacciassero di limitare la libertà di parola di tutti.

Si tratta, naturalmente, di un dibattito straordinariamente importante ma occorre prestare grande attenzione ad evitare che le “bravate” di un branco di imbecilli non ne condizionino premesse, termini e conclusioni.

Cominciamo proprio dalle premesse. Gli imbecilli ed i maleducati esistono da prima di Internet e, purtroppo, sopravvivranno a Internet. Limitarne il numero e quello degli episodi dei quali sono protagonisti è un fatto di educazione e cultura che richiede un processo straordinariamente lento che dovrebbe iniziare in famiglia e proseguire nelle scuole.

Sin qui, si è trattato di un processo fallimentare per colpa un po’ di tutti ma, in particolare, dei media tradizionali – televisione in testa – che hanno fatto di violenza verbale e maleducazione dei modi e dei costumi preziose virtù capaci di produrre share e ritorni economici anziché deprecabili vizi.

C’è un’altra premessa importante del dibattito in corso dalla quale non si può prescindere. Misurare il livello di “maleducazione” o di “imbecillità” di un contenuto pubblicato online è un’operazione straordinariamente complicata per chiunque perché richiede sensibilità e competenze culturali, etiche, giuridiche e sociologiche.

Accanto all’ovvia imbecillità e maleducazione di chi augura la morte di qualcun altro proprio mentre quest’ultimo sta lottando per la vita ci sono, infatti, centinaia di sfumature espressive e contenutistiche dinanzi alle quali sono, probabilmente, possibili dozzine di giudizi “etici” diversi.

Ergere chicchessia – ivi incluso l’editore o il gestore di una piattaforma – a custode e giudice della pubblica morale nella pubblicazione di contenuti online è, proprio per questo, una soluzione incredibilmente pericolosa.

E’, peraltro, fuor di dubbio che non ci sia legge in grado di stabilire con un sufficiente livello di dettaglio ciò che si può scrivere online e ciò che non si può scrivere e, soprattutto, di prevedere cosa un imbecille, un giorno, deciderà di scrivere in modo del tutto inutile e senza perseguire nessuno scopo diverso dalla idiota soddisfazione di un proprio rude impulso animale. Tanto per fare un esempio chi ieri ha, pubblicamente, augurato la morte di Pierluigi Bersani non ha, probabilmente, violato nessuna legge pur essendosi inequivocabilmente comportato da imbecille e maleducato.

Se queste sono le premesse, proviamo, ora a tracciare i termini del problema che indubbiamente esiste ed a trarre qualche conclusione.

Certo si può chiedere – e, peraltro, già avviene nella grande maggioranza dei casi – ad ogni editore e gestore di piattaforma online di dettare delle regole per la pubblicazione dei commenti da parte degli utenti e di vigilare sul rispetto di tali regole. Ma poi? Se un utente viola queste regole, cosa dovrebbe accadere? Il gestore della piattaforma, certamente, sarebbe legittimato a rimuovere il contenuto pubblicato in violazione della propria policy ma se non vi provvedesse affatto o vi provvedesse in ritardo rispetto a quanto da altri auspicato?

Non esiste – e vien da dire per fortuna – una Corte d’appello morale alla quale chiedere la rimozione di un contenuto che si ritiene offensivo o maleducato ma che l’editore o il gestore della piattaforma non ha giudicato tale o non ha ritenuto prioritario rimuovere.

Certo se il contenuto in questione fosse contrario oltre che alle regole dettate dall’editore o dal gestore della piattaforma anche alla legge, un giudice potrebbe ordinarne la rimozione e, eventualmente, chiedere all’editore o al gestore della piattaforma di provvedervi ma – e qui sta la parte più delicata del discorso – in nessun caso considerare questi ultimi responsabili della pubblicazione del contenuto salvo che non si tratti di un contenuto palesemente contrario alla legge e tempestivamente segnalato, come tale, all’editore o al gestore della piattaforma.

E’ questo il passaggio nel quale è importante che il dibattito non venga condizionato dagli imbecilli che popolano la società nella quale viviamo e che, inevitabilmente, si esprimono anche attraverso il web. Sarebbe sbagliato auspicare un giro di vite nei confronti degli intermediari della comunicazione – che si tratti di gestori di piattaforme o di editori in relazione ai commenti degli utenti – nel disperato tentativo di limitare le espressioni dell’imbecillità animale.

Regole e leggi si scrivono pensando al cittadino-medio e non all’imbecille in relazione al quale, l’unico compito del legislatore è costruire un percorso virtuoso di educazione e formazione culturale che, negli anni, condanni – in modo naturale – all’estinzione imbecilli e maleducati nei limiti di quanto possibile in considerazione della natura umana.

E allora? Cosa fare? Guai a pensare di avere soluzioni assolute ma una possibile opzione è accettare l’idea che espressioni imbecilli e maleducate rappresentino il prezzo da pagare per far tesoro della straordinaria opportunità di confronto e dialogo che il web ci offre e condannare imbecilli e maleducati all’indifferenza: scrivano pure, nei soli limiti imposti dalla legge, le loro idiozie, tanto presto si accorgeranno che sono destinate ad essere inghiottite nel silenzio o, peggio ancora, nell’irresistibile rumore dell’informazione-spazzatura online che la Rete condanna ad inesorabile oblio.