Chi lamentasse scarsa qualità nell’offerta natalizia, da ieri può iniziare a gioire perché con American Hustle il cine-Capodanno 2014 esplode in fuochi d’artificio di gran classe. Di fatto siamo di fronte a un film che con disinvoltura è in grado tanto di appassionare un vasto pubblico trasversale quanto di soddisfare i palati dei cinefili più raffinati, sfidati sul ritmo incessante di una sceneggiatura pressoché perfetta diretta su un cast stellare in cui ciascuno dà il meglio di sé.

La mente creativa di tanta magnificenza action-spy-thriller-comedy ambientata nei variopinti Anni 70 americani risponde a David O. Russell, il mago del già cult Il lato positivo, un titolo talmente recente (è uscito da noi lo scorso marzo) che sembra impossibile possa godere a sì breve distanza temporale di un “fratello” altrettanto se non ancor più valido. D’altra parte la fratellanza tra le due opere nasce da esplicita dichiarazione del regista, che vede in American Hustle il compimento di una trilogia, iniziata con The Fighter (2010), continuata appunto con Il lato positivo (2012) e finita con il titolo oggi in uscita italiana.

“Questi tre film riguardano individui diversamente ‘spiazzati’ dalla vita che a un certo punto cercano e trovano un riscatto, ri-guadagnando per se stessi un’identità che forse non immaginavano. La trilogia, però, segna anche la mia seconda vita cinematografica, inaugurata a diversi anni da I Heart Huckabees (2004)” spiega Russell, visibilmente commosso davanti alla platea di giornalisti italiani in occasione della conferenza stampa di presentazione del film. E la sua commozione non è casuale: l’interregno tra le due fasi creative è stato segnato da sofferenze tanto profonde “da avermi cambiato completamente”. La separazione dalla moglie, la bancarotta ma soprattutto la nascita di un figlio affetto da sindrome bipolare, non a caso nucleo tematico de Il lato positivo, “il mio film più personale, quello della catarsi interiore”. Insomma, un vero “fighter” le cui motivazioni esistenziali hanno trovato corrispondenza in un cinema pregno di senso e di estetica mirabilmente compiute. AmericanHustle – cioè Caos americano – in realtà è un coro intonato di voci perfettamente sintoniche e che di “caotico” ha ben poco.

Protagonista è un quintetto di stravaganti creature capeggiate dal geniale truffatore Irving Rosenfeld (interpretato da uno splendido e sempre metamorfico Christian Bale), personaggio realmente esistito e le cui “gesta” sono materia del romanzo Il re della truffa di Robert W. Greene (Sperling & Kupfer) da cui la pellicola trae libera ispirazione. Laddove “l’apparenza inganna” (sottotitolo dato al film dal distributore italiano Eagle Pictures) si manifesta la verità, perché veramente in American Hustle il gioco a incastro che unisce le vite degli individui assomiglia a un puzzle per menti impazzite. E in questo senso la “casuale” collaborazione del fuorilegge Irving, della sua amante Sydney Prosser (Amy Adams) e della di lui moglie Rosalyn (una spettacolare Jennifer Lawrence) con l’agente federale italo-americano Richie DiMaso (Bradley Cooper sopra le righe e con tanto di bigodini notturni a mantenimento della chioma ricciuta…) a caccia dei politici mafiosi del Jersey completa un teorema di logica assoluta.

Tutto torna, insomma, anche e soprattutto nello spiazzamento di scene da cerchio rosso come il bacio rubato tra la Adams e la Lawrence o il cameo non accreditato di Bob De Niro, “improvvisatosi” mafioso fuori stereotipo che per non farsi fregare conosce l’arabo a perfezione. Permettendo al meta-inganno di compiere il suo ennesimo triplice salto mortale. Russell e i suoi attori approdano nel Belpaese già carichi di premi e di nomination (ben 7) agl’imminenti Golden Globe: chi scommetterà su qualche Oscar può considerarsi già vincitore. Perché la qualità non inganna.