“Perché queste cose non le ho mai scoperte a scuola?”. Se lo è sentita ripetere più volte Stefania Arcara, docente di Letteratura inglese all’Università di Catania, nel corso delle sue lezioni. In cui, da anni, inserisce una riflessione sull’identità di genere e la sua rappresentazione. “Appartengo a una generazione di ricercatrici più giovani e che si sono formate all’estero – spiega – Insieme a diverse colleghe, dal 2000 proponiamo gli studi di genere all’interno dei nostri corsi di approfondimento. Un’idea sempre apprezzata da studentesse e studenti, ma ignorata a livello istituzionale”. Almeno fino a quest’anno accademico quando, complice il rinnovamento dei vertici d’ateneo, l’Università di Catania ha lanciato un intero pacchetto di proposte di didattica di genere: unico esperimento siciliano e tra i pochi italiani a coinvolgere diverse facoltà. Un’iniziativa che arriva dopo le polemiche nazionali per la chiusura all’Università della Calabria del corso di Gender studies – poi riattivato – affidato a Laura Corradi.

“Gli studi di genere in Italia sono visti spesso come superflui e identificati con una faccenda da donne – spiega Arcara – Alcune parti della società li vivono addirittura come una minaccia”. Per la loro naturale vocazione a mettere in discussione gli stereotipi e le rappresentazioni culturali consolidate. Ma in Sicilia qualcosa inizia a muoversi. “La proposta sta avendo un successo enorme – racconta la docente senza trattenere l’entusiasmo – A pochi giorni dal lancio della nuova offerta formativa, a fine ottobre, alcuni corsi e laboratori erano già esauriti”. E non solo per le iscrizioni delle studentesse etnee. “Avrò anche diversi studenti maschi, con mia grande soddisfazione”, commenta Arcara. Perché, se in Italia “siamo 30 anni indietro rispetto alla riflessione sul genere”, il problema resta quello di far comprendere la sua utilità soprattutto agli uomini. “O meglio, agli uomini eterosessuali”. “Già parlare di tematiche di genere, e quindi sia di maschile che di femminile, fa sentire gli studenti più compresi e meno respinti rispetto all’uso della parola ‘femminismo’”, spiega la docente. Che quando a lezione chiede di indicare il nome di una scrittrice del Rinascimento italiano trova un silenzio generale, “ma quando studiamo i casi di ‘sexual harrassment’ (molestie sessuali, ndr) sono solo gli uomini a cadere proprio dalle nuvole”.

Per questo la proposta didattica presentata dall’università catanese mira a coinvolgere quanti più studenti e studentesse possibile attraverso corsi e laboratori interdisciplinari, sebbene la scommessa parta dal nucleo umanistico dell’ateneo. “Ma le attività sono aperte a tutti – spiega la docente – Abbiamo già ricevuto iscrizioni anche da Farmacia. Questo significa che c’è fame di certi argomenti”. Il dipartimento di Scienze politiche ha già fatto partire due dei quattro corsi che trattano le tematiche di genere tra comunicazione e diritto. Al dipartimento di Scienze umanistiche si aspettano invece i ‘Genderlab’, coordinati proprio da Stefania Arcara, e che mirano a calare i gender studies nella cultura a 360 gradi, indagando le sue intersezioni con la lingua e la cultura straniere, letteratura, cinema, storia e religioni.

In attesa di una vera e propria materia curriculare al momento in progettazione. A Scienze della formazione, invece, sono già 13 – tra corsi e laboratori – le proposte per triennale, specialistica e laurea magistrale. L’idea è quella di far riflettere “sulle categorie rigide di maschile e femminile, sui relativi stereotipi e sui meccanismi che regolano l’organizzazione sociale e le rappresentazioni culturali”, fornendo strumenti utili “per contrastare le discriminazioni e la violenza di genere, il razzismo e l’omofobia”. “Immaginare il genere, nell’ambito della trasmissione di saperi e della formazione di strumenti critici, per me è anche un atto politico – conclude soddisfatta Arcara – Il desiderio di un ripensamento radicale e di un mondo migliore”.