A guardare le foto di cinquant’anni fa si prova nostalgia. La Fiera del Levante di Bari era il cuore pulsante di una Puglia vivace. Anche nei periodi storici più difficili i viali del quartiere fieristico erano un fiume di gente e, per una volta l’anno, la Campionaria più grande d’Europa era anche il palco dal quale il presidente del Consiglio di turno prospettava all’Italia le azioni di governo future.

Ma poi l’ingranaggio si è inceppato. E la macchina rodata da 77 anni ha cominciato a non funzionare più. Oggi la Fiera del Levante è a un passo dal dissesto. E anche chi non ha un gran fiuto per gli affari capirebbe che in queste condizioni l’acquisizione da parte dei privati è quasi impossibile. Occorrono 10 milioni di euro per affrontare i prossimi mesi. Ma, ad oggi, non c’è un centesimo. L’ultimo consiglio di amministrazione si è concluso con le dimissioni di uno dei soci, il presidente della provincia di Bari Francesco Schittulli.

In più da un lato c’è la procura che ha avviato una indagine conoscitiva per capire il motivo di un bilancio così dilaniato e dall’altro la questura che dovrà capire chi e perché ha fatto sparire il registratore con il resoconto delle sedute del cda.

Ciò che, più di tutto, fa strabuzzare gli occhi sono due documenti: la due diligence stilata dal commercialista e revisore legale Massimiliamo Cassano e la relazione dell professor Roberto Voza. Novantuno pagine totali nelle quali si setacciano i conti dell’ente e si dipinge una condizione finanziaria che lo stesso presidente Ugo Patroni Griffi, non esita a definire “gravissima”. Ma è dalle pagine di Voza che si intuisce quando quel meccanismo così rodato si è inceppato. La data è il primo giugno 2001. In un sol giorno ci fu un’infornata di 28 assunzioni. Nei corridoi dell’ente si sostiene che, in quel modo, si evitarono altrettante vertenze che sarebbero arrivate per l’illegittimità di contratti stipulati in precedenza.

Ciò che è venuto dopo è anche peggio. I dipendenti sono arrivati a 67. I contratti di lavoro anziché essere conformi al Contratto nazionale di lavoro (Ccnl) del settore terziario seguono logiche che solo in Fiera sono possibili. Dipendenti inquadrati direttamente come dirigenti anziché come primi livelli, orario lavorativo di 36 ore anziché di 38 con il risultato di aver elargito, solo nel 2012, 212mila euro di straordinari. Straordinario riconosciuto anche ai dirigenti, anomalia tutta “fieristica” tanto da doverla giustificare nelle carte ufficiali come “sperimentale”. Per tutti poi buste paga rimpinguate con bonus, superminimi, una tantum, senza che ci fosse il minimo collegamento con i premi di produttività.

Meritano poi un’attenzione particolare i custodi: inquadrati già come quarto livello. Con la conseguenza che il responsabile della vigilanza gode di un contratto da manager. Anche in questo caso le ore di lavoro sono di molto inferiori a quelle previste dal Ccnl: 39 in Fiera a fronte delle 45 dei colleghi impiegati altrove. Con anessi straordinari. Il risultato di questi 10 anni di scelte poco attente è che oggi il personale costa 3 milioni e 600mila euro. Ma i ricavi sono di appena 4 milioni e 200mila. Il fabbisogno dell’ente è di 20 persone ed è per questo che si parla di licenziamenti. I sindacati, naturalmente, sono sul piede di guerra e chiedono ai vertici aziendali soluzioni alternative. Trovarle però sembra davvero impossibile visto che il debito della Fiera del Levante è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, passando dai 7 milioni del 2002 ai 18 del 2012.

Il presidente Ugo Patroni Griffi, insediatosi ad agosto, sta tentando di portare avanti un’opera di “moralizzazione” dell’ente stringendo la cinghia in ogni settore. Ma oggi per uscire da queste sabbie mobili ci vorrebbe un miracolo.