Provò a fuggire, ma i killer lo raggiunsero. Fu ucciso con una calibro 38. Giustiziato con tre colpi, mentre si trovava sulla sua Talbot Samba. Era il primo giugno 1987. Un mezzogiorno di afa e umidità in via Cazzaniga a Liscate, piccolo comune dell‘hinterland milanese. Così muore Gaetano Carollo,vicecapo di Cosa nostra legato alla famiglia palermitana di Resutanna. Proconsole dei corleonesi in Lombardia, storicamente era legato al vecchio boss Francesco Madonia. Secondo la ricostruzione di alcuni collaboratori, Carollo viene ucciso perché scalpitava un po’ troppo e questo nonostante il ruolo di vertice ricoperto. Quello di Liscate resterà alle cronache come l’omicidio di mafia più eclatante registrato nel nord Italia. Ancora più grave delle esecuzioni raccontate nelle ultimissime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano. Eppure, per quasi trent’anni questo delitto, dal punto di vista giudiziario, è rimasto un incompiuto. Perché se da un lato, nel 2005 a Palermo vengono condannati in via definitiva Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, ritenuti i mandanti di quello e altri omicidi milanesi, per dare un nome e un cognome agli esecutori materiali solo oggi pomeriggio è intervenuta la Corte d’Assise d’Appello che ha condannato all’ergastolo Giuseppe Piddu Madonia e Antonio Rinzivillo, a trent’anni, invece, il collaboratore di giustizia Calogero Pulci e Terminio Cataldo, capo della famiglia mafiosa di San Cataldo, legata a Cosa nostra di Caltanisetta. I giudici, inoltre, hanno confermato l’ergastolo a Riina per l’omicidio di Alfio Trovato, ucciso in via Palmanova Milano il 25 maggio 1992. Carcere a vita anche per Carmelo Tasca. La Corte, inoltre, riformulando il giudizio di primo grado, sempre per la morte di Trovato, ha condannato Piddu Madonia, Leoluca Bagarella e altri.

Cala così il sipario su una lunga stagione di sangue rimasta nei cassetti della procura di Milano per troppo tempo e riportata alla luce dal pubblico ministero Marcello Musso che nel 2009 mette insieme sei omicidi di mafia e settecento pagine di richiesta di custodia cautelare a carico di ventidue persone. Il magistrato così intende portare alla sbarra boss e killer di Cosa nostra accusati della morte di Gaetano Carollo e Vincenzo Di Benedetto uccisi nel 1987, di Salvatore Verderame (1988), di Carmelo Scerrà (1989), di Carmelo Tosto (1990) e di Alfio Trovato (nella foto in alto, ndr) uomo di Jimmy Miano ucciso nel 1992 dal killer catanese Santo Mazzei, condannato a trent’anni di galera.

La richiesta del pm, però, verrà respinta dal gip Mariolina Panasiti che nella sua ordinanza definisce “inattendibili” le dichiarazioni sui cui si basa l’indagine e in maniera a dir poco clamorosa visti gli esiti successivi del processo dichiara che gli elementi raccolti “non costituiscono neppure la base indiziaria minima per una valutazione”. Il procedimento, però, non si ferma. Chiuse le indagini si va all’udienza preliminare dove tutti gli indagati, tranne Riina, scelgono il rito abbreviato. Il primo grado si conclude con sedici assoluzioni. Tra i condannati c’è il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. Le sue parole daranno fuoco alle polveri dell’indagine milanese.

La prima fotografia scattata dagli accertamenti del pubblico ministero ha del clamoroso. Indagando da Milano emerge una sorta di patto federativo-mafioso tra le province siciliane. E così se da un lato un omicidio come quello di Gaetano Carollo deve essere deciso solo a livello di commissione provinciale, per eseguirlo bisogna conoscere il territorio. E in Lombardia i corleonesi non sembrano disporre di tanti soldati. Ecco, allora, la richiesta che da Riina arriva a Piddu Madonia, figlio di Francesco, boss di Caltanisetta che al nord può contare su decine di affiliati quasi tutti residenti nel comprensorio di Busto Arsizio. Non è un caso, infatti, che fra i condannati dell’omicidio di Liscate ci sia proprio Antonio Rinzivillo, la cui famiglia ha sempre rappresentato gli interssi di Cosa nostra in Lombardia. Ma non c’è solo Caltanissetta. C’è anche Catania. Il dato emerge ricostruendo l’omicidio di Alfio Trovato per la cui morte viene condannato Santo Mazzei, boss del clan dei cursoti all’ombra del Duomo.

Torniamo, allora, a quel primo giugno in via Cazzaniga a Liscate. “Quando sono salita nella macchina di mio marito per soccorrerlo, sanguinava dalla testa e non rispondeva alle mie domande, né dava segni di vita”. Le parole sono di Antonina Ciulla, moglie del morto, la cui completa identificazione avviene due ore dopo. Sul momento, infatti, i carabinieri lo identificano come tale ingegner Michele Tartaglia nato il 9 luglio 1940 a Serracapriola. Persona distinta e taciturna, l’ingegner Tartaglia. Così lo descriveranno i vicini. Abitava in un complesso residenziale della Monti Immobiliare, una società che nel 1990 sarà coinvolta nell’indagine Duomo connection. La srl è di proprietà di Sergio Domenico Coraglia, ras del mattone, piemontese di nascita, ma milanese d’azione. Coraglia finirà prima condannato e poi assolto per i suoi rapporti con Tony Carollo, il figlio di Gaetano.

Vent’anni dopo, nel 2007, le parole del collaboratore di giustizia Ciro Vara aprono un primo squarcio sul delitto. Vara è legato ai Madonia ed è reo confesso per il sequestro del piccolo Di Matteo poi sciolto nell’acido su ordine di Riina. Racconta: “Piddu Madonia mi riferì che Provenzano gli aveva dato mandato di uccidere Carollo o un parente di questi, poiché era inviso ai corleonesi (…). Madonia ebbe effettivamente ad organizzare l’omicidio, come lui stesso mi riferì. Per realizzarlo aveva fatto salire dalla Sicilia Cataldo Terminio, uomo d’onore della famiglia di San Cataldo e rappresentante della stessa. Terminio era stato accompagnato da Antonio Rinzivillo, uomo di spicco della famiglia mafiosa di Gela, nonché consigliere provinciale di Cosa Nostra di Caltanissetta. Sia Piddu Madonia sia Antonio Rinzivillo mi riferirono che la vittima era stata chiamata per nome e poi inseguita mentre cercava di scappare. In altre parole, si esaltavano le capacità del Terminio. So che, quindi, l’omicidio effettivamente è stato commesso”. Poco tempo dopo, ecco le parole di Calogero Pulci: “ Riferisco di un omicidio commesso nel 1987 ai danni di un palermitano che abitava a Milano. In quell’occasione Piddu Madonia mi disse di andare a prendere suo figlioccio, Cataldo Terminio, perché doveva ammazzare un palermitano a Milano. Effettivamente lo accompagnai a Milano, dove lo lasciai in compagnia di Madonia, in una casa in via San Gregorio che era stata affittata da Antonio Rinzivillo. Dopo qualche settimana, in Sicilia, il Terminio mi disse di aver fatto il lavoro. Successivamente, a Milano, Madonia e Rinzivillo mi parlarono di quell’omicidio, e del favore che, nel commetterlo, avevano fatto a Provenzano e Riina”. E ancora: “Terminio e Rinzivillo mi confidarono che i pedinamenti e comunque il precedente controllo della zona dove meglio poteva essere realizzato l’omicidio erano stati fatti dallo stesso Rinzivillo”.

Quindi tocca ad Antonino Giuffrè, ex capo del mandamento di Alcamo, e consigliere di Provenzano. Racconta: “Giuseppe Madonia è importante perché è a capo dell’esercito di Gela, che sono tutti sparatori, persone che andavano sparando in tutti i posti dove c’era bisogno in Sicilia e nel Nord Italia. Questi avevano fatto due guerre, la guerra con gli stiddari prima e poi successivamente una guerra interna fra di loro, erano degli sparatori eccellenti, dei guerrieri eccellenti, e dove c’era di bisogno, in modo particolare quando il signor Provenzano, ecco perché le dicevo ‘un tutt’uno’. La stessa forza di Provenzano veniva indirettamente da Madonia”. E del resto, l’obiettivo dei corleonesi in quel periodo era chiaro: riportare Milano sotto Cosa nostra.