Riprendo qui alcune questioni lasciate in sospeso nel precedente articolo dedicato al reddito di cittadinanza. O meglio: vorrei dire alcunché di più specifico relativamente alle possibili obiezioni che s’avanzano per osteggiarne l’istituzione.

È un fatto che le resistenze che s’incontrano su questo tema sono ostinatissime, inamovibili direi ‒ ed ecco allora che più che computare dati di bilancio si tratta invero di smuovere il macigno ideologico che oggidì ingombra (e adombra) le coscienze, quello per cui, candidamente, c’è ancora chi crede il nostro “il migliore dei mondi possibili”.

Premessa forse pedante: reddito di cittadinanza ‒ altresì detto reddito di base o di sussistenza ‒ è quello corrisposto a tutti i cittadini dotati di cittadinanza e residenza, indipendentemente dall’attività lavorativa effettuata, universale e illimitato nel tempo. Altra cosa è il reddito minimo garantito (o d’inserimento), che è condizionato, cioè soggetto a tutta una serie di restrizioni, sulle quali non mi dilungo (per cui consiglio anzi a quest’articolo a firma ‒ nomen omen ‒ San Precario!). La differenza più significativa tra le due tipologie è presto detta: nel secondo caso il diritto al reddito vien meno qualora l’individuo che lo percepisca rifiuti un numero minimo offerte di lavoro ritenute inadeguate. Che c’è di male, si dirà ‒ s’offre un lavoro a un disoccupato e questo s’azzarda pure a rinunciarvi?

La questione, tuttavia, è ben più complessa: una tale proposta di lavoro sconfina infatti facilmente nel ricatto. Si è costretti ad accettare qualsiasi tipo di occupazione indipendentemente dalle condizioni effettive e dalle proprie competenze. Si tratta oltretutto di un incentivo alla precarietà: il datore di lavoro sa benissimo che chi ha di fronte non ha scelta e dunque può proporgli un lavoro decisamente sottopagato e senza alcun tipo di tutela. Il che è quello che di fatto accade. Altra cosa sarebbe se il reddito minimo fosse accompagnato da una legge sul salario minimo: la più bassa paga oraria che dev’essere corrisposta al lavoratore dipendente.

Tanto per essere chiari, chi scrive è favorevole anzitutto al reddito di base incondizionato. Alternativamente ‒ ma mi pare il minimo, dunque una misura certamente auspicabile ma ancora insufficiente ‒ si tratta di istituire il reddito minimo accompagnandolo però con una legge sul salario minimo, quale, ad esempio, quella appena proposta dalla SPD in Germania.

Vengo ora, brevemente, ad alcune osservazioni:

1. Il reddito minimo garantito è già presente in mezza Europa (si veda a riguardo il ben documentato articolo di Marco Quarantelli), dove in molti casi ‒ pressoché ovunque, eccezion fatta per Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e Germania ‒ è affiancato da una legge sul salario minimo. Ora, né la Francia né l’Inghilterra mi paiono iscrivibili nella categoria dei paesi socialisti dove sia stata abolita la proprietà privata e collettivizzati i mezzi di produzione, o sbaglio? Si tratta semplicemente di contesti più civili del nostro, dove per giunta il tasso di disoccupazione è inferiore a quello italiano ‒ il che implica che, nonostante l’esistenza di reddito e salario minimi la gente ‒ ohibò! ‒ va a lavorare lo stesso.

2. In Germania il salario minimo non esiste ancora, ma verrà introdotto a breve ‒ sempre che la Merkel intenda formare un governo: è il prezzo da pagare per l’appoggio della SPD. Il reddito minimo invece esiste eccome, ed è regolato dalla riforma del mercato del lavoro concepita dalla cosiddetta Commissione Hartz, che prende il nome da Peter Hartz, ex human resources executive della Volkswagen (ovviamente un noto bolscevico, tanto che nel 2007 è stato pure condannato per tangenti e favoreggiamento, e perché ‒ accade anche in Germania ‒ si pagava escort e Viagra coi soldi dell’azienda). Ora, la quarta parte del pacchetto di riforme Hartz, entrata in vigore nel 2005, prevede quanto segue (l’ha pensata un lussurioso, quindi ha tutti i numeri per ingolosire anche i nostri integerrimi confindustriali): 382 Euro al mese, a cui vanno aggiunti l’assistenza sanitaria, l’alloggio (fornito dallo Stato, che paga affitto e riscaldamento), il sussidio aggiuntivo per i figli a carico (289 euro per ogni figlio tra i 14 e i 18 anni) e per il partner. In buona sostanza: a ciascuno vengono garantiti un tetto e ‘mezzo’ stipendio. Il minimo per sopravvivere. Ma ovviamente la Germania è una sorta di Unione Sovietica camuffata, dove i possidenti, minacciati da implacabili Spartachisti redivivi, trasferiscono i capitali all’estero riducendo il Paese in miseria.

3. Sorpresa delle sorprese per i paladini del mercato a briglia sciolta: la negative income tax, ideata inizialmente dalla liberal inglese Juliet Rhys-Williams negli anni ’40 ‒ ma soprattutto tornata in auge col guru del neoliberismo in persona: Milton Friedman ‒ vale a dire il più noto esponente della Scuola di Chicago, cui dobbiamo la politica monetaria degli ultimi trent’anni, nonché buona parte delle misure di deregolamentazione selvaggia adottate da Reagan in poi ‒ insomma: una larga fetta dei disastri che hanno appestato il nostro sistema economico in epoca recente. Ebbene, udite udite: Friedman (sì, proprio lui) suggeriva l’introduzione di un’imposta negativa, cioè di un’imposta personale sul reddito che, al di sotto di una determinata soglia, definita minimo imponibile, si trasformasse in sussidio: quest’ultimo, poi, avrebbe dovuto essere inferiore al reddito standard minimo di modo da evitare atteggiamenti parassitari e garantire al contempo la sopravvivenza materiale di ciascun individuo. Detto in soldoni: la proposta di Friedman rappresenta una misura pressoché equivalente all’istituzione del reddito di base. (Ma l’economista, come noto, la proponeva negli Stati Uniti dove, certo, l’assistenzialismo di Stato è regola e i comunisti governano incontrastati dai tempi di McCarthy, o anzi: da quando Castro ha invaso la Florida).

4. Altro, ultimo esempio (abbiate pazienza!): la proposta di Dominique de Villepin ‒ si tratta forse dell’ultimo dei maoisti francesi, in combutta con Alain Badiou? Nossignori: principale collaboratore di Chirac dal 1995 al 2002, già membro dell’UMP (la coalizione di centrodestra francese), Ministro degli Esteri con Raffarin ed infine addirittura Primo Ministro nel biennio 2005-2007. Villepin propone nientemeno che un reddito di base incondizionato pari a 850 Euro mensili (trovate qui una discussione più dettagliata).

Ora, o tutta questa gente è semplicemente folle, incompetente, abbacinata da un desiderio di equità sociale semplicemente chimerico ed irragionevole, oppure vale la pena prendere seriamente in considerazione l’ipotesi e vagliarla tecnicamente con attenzione al di là dei proclami di Grillo ‒ che ha comunque il merito di porre la questione al centro del dibattito politico.

Infine, vexata quaestio: dove prendere i soldi? È evidente che per reperire i fondi necessari da qualche parte bisognerà pescare. Alcune idee:

1. In Svizzera è stato indetto un referendum per limitare al massimo di 12 a 1 il rapporto tra il salario massimo e il salario minimo erogato da una stessa impresa. In Italia il rapporto medio è attualmente 163 a 1 (con punte notevolmente superiori nel caso dei top manager). Faccio fatica ad immaginarmi una Svizzera dove, vigenti i piani quinquennali, la gente, tessera alla mano, faccia la fila per comperare i cetrioli dello Spreewald. Personalmente penso che, ragionevolmente, se il rapporto fosse di 10 a 1 (senza la possibilità di accumulare ulteriori benefit) sarebbe già di fatto una limitazione sufficiente. Non vi sarebbe alcun rischio di disincentivare la competitività e le risorse così preservate potrebbero essere destinate altrove.

2. Introduzione dell’imposta patrimoniale soggettiva.

3. Tassa sulle transazioni finanziarie sul modello della Tobin Tax (ovviamente da concordarsi a livello europeo, pena la sua neutralizzazione).

4. Incrementare decisamente l’aliquota fiscale marginale per i redditi sopra una data soglia, elevandola almeno fino al 75% oltre i cinquecentomila Euro (ho già esposto le mie idee a riguardo qui). Mi limito a ricordare che anche in questo caso non si tratta di pura utopia: la misura, fortemente voluta dal Presidente Hollande, è stata recentemente riapprovata (il 18 ottobre scorso) in Francia, dopo che il Consiglio Costituzionale l’aveva annullata nella sua prima versione.

Il nocciolo, in ogni caso, rimane politico: nessuna persona ragionevole può pensare che la soluzione possa essere costipata “in breve carta”. Ma se davvero vi fosse un’effettiva volontà politica di procedere in tal senso, che cosa si debba fare è evidente: istituire un’apposita commissione di tecnici col precipuo mandato politico di studiare una soluzione coerente ed applicabile al fine di introdurre il reddito di cittadinanza. Invece l’alternativa non viene nemmeno presa in considerazione, accampando la solita serie di scusanti e senza mai affrontare la questione nel merito. C’è da chiedersi come mai, ma temo che la risposta sia fin troppo semplice ‒ e cioè che dopo oltre un ventennio di dominio incontrastato, l’ideologia capitalistica è divenuta quel paradigma antropologico totalizzante che detiene ormai un vero e proprio monopolio generale sulle coscienze da cui pare sia impossibile sottrarsi.