Il tema del reddito di cittadinanza è entrato finalmente nell’agenda del dibattito politico in Italia. Non che prima non se ne discutesse, ma era raro che questa proposta varcasse la soglia dei grandi media. Chi ha prestato attenzione a queste discussioni non può però non aver notato la grande confusione che aleggia su quest’espressione: reddito di cittadinanza, reddito garantito, reddito di base incondizionato, reddito minimo garantito, via così fino ad arrivare ad espressioni bizzarre come reddito minimo d’inserimento, reddito di disoccupazione etc etc. 

Questa confusione terminologica deriva dall’impreparazione dei politici e sindacalisti italiani poco inclini a ragionare al di fuori di quegli schemi conclamati che rappresentano lo status quo anche e soprattutto per quel che concerne il welfare state e il sistema degli ammortizzatori sociali. In Italia dilaga la precarietà, la crisi e la povertà, il sussidio di disoccupazione vale per il 25% dei licenziati, l’articolo 18 protegge solo quattro lavoratori su 10, alla cassa integrazione possono accedere solo alcune categorie di lavoratori, ma di riforma del sistema delle tutele guai a parlarne.

Adesso però che il M5S ha sparigliato le carte è d’obbligo dire qualcosa sul reddito garantito, anche se ciò che viene detto cambia nome durante lo stesso talk show.
Analizziamo quindi le varie espressioni con cui viene sostanziato il reddito e che ritroviamo in questi giorni sui giornali e sui media. Possiamo dividerle in tre macro gruppi: 

Il reddito di cittadinanza 
Per quanto questo termine vada per la maggiore nei dibattiti mediatici di esso non si troverà traccia nelle piattaforme rivendicative. Il suo uso è sempre inappropriato in quanto una definizione del genere ha una natura più etico-filosofica che politica ed economica. In questa espressione il diritto al reddito viene definito come un diritto inalienabile dell’essere umano, al pari del diritto al lavoro, alla libertà religiosa, alla libertà di parola e così via.  In pratica si afferma che ogni essere umano solo per il fatto di esistere ha diritto ha una propria fetta di ricchezza prodotta e nessuno, giovane o vecchio, uomo o donna, ricco o povero, ne può essere escluso.
Il suo livello è puramente un prodotto della volontà ed è determinato dal rapporto fra la cifra da destinare ad esso e il numero di persone che vi può accedere. Ad esempio in Alaska vige una misura simile: i proventi derivati dall’estrazione di petrolio tolte le spese vengono divise fra la popolazione che nel 2012 godette di un “dividendo” di 900 dollari all’anno. In questo senso la proposta è molto generica e questa è stata un po’ la sua fortuna: con reddito di cittadinanza si è finito per indicare ogni politica di redistribuzione diretta della ricchezza nazionale.

Reddito minimo garantito o reddito minimo d’inserimento 
Una seconda proposta è quella che prende il nome di reddito minimo garantito che sempre più spesso viene indicato come reddito minimo di disoccupazione, reddito minimo di inserimento, e via così, svelandone la vera natura e le vere intenzioni di chi lo cita. È un reddito minimo condizionato allo stato professionale e al livello di reddito percepito, finalizzato all’inserimento lavorativo.
È, per capirci, uno degli otto punti che Bersani ha presentato al movimento 5 Stelle per trovare un terreno di trattativa e di mediazione in merito al tema del reddito di cittadinanza. È una proposta già presente in quasi tutta Europa, seppur declinata diversamente: la versione “all’italiana” si pone come misero obiettivo quello di revisionare l’indennità di disoccupazione.

In questo caso l’indennità viene elargita solo se il senza-lavoro dimostra di cercare un’occupazione: è una misura profondamente sbagliata perché non è in grado di impedire il dilagare della precarietà che anzi diventa più insidiosa proprio grazie al controllo di organismi appositi che impediscono l’elargizione di reddito se il lavoratore si rifiuta di accettate lavori a lui sgraditi. Questo tipo di approccio ha anche il nome di politica attiva sul lavoro. Il fatto che sia una politica attiva e non passiva ha un significato ben preciso: aggiunge una coercizione al lavoratore precarizzato che in quel momento particolare della vita è pure disoccupato. Riassumendo: chi si dimostrerà irrequieto nel lavoro diventerà immediatamente inviso alle aziende, verrà tenuto sotto controllo dallo Stato e se insiste a rifiutare le peggio-condizioni perderà anche il diritto al reddito. Possiamo dire senza false mezze misure che se questo non è il Male, ci si avvicina parecchio. 

Reddito di base incondizionato e siamo nel campo di San Precario il Redentore
Non si parla più di cittadinanza poiché ci si rivolge ai residenti ma non è una misura completamente universale, in quanto verrebbe erogato solo a coloro che si trovano al di sotto di una certa soglia di reddito. È quindi rivolta non solo ai disoccupati (che è invece il target delle proposte sia del Pd che del M5S) ma anche a coloro che, pur lavorando, spesso in modo precario, sottopagato, intermittente o in nero, non riescono a fuoriuscire dal girone della povertà e del ricatto, a prescindere dalla loro condizione professionale. Il suo senso è di non essere né ammortizzatore né elemosina, ma di aiutare il precario/disoccupata/sottooccupato a ribellarsi alle pessime condizioni di lavoro innescando un processo di conflitto favorito appunto dall’elargizione di reddito.

Basterebbe una misura di 8 miliardi di euro per creare una forma di reddito capace di agire verso tutti, con continuità, rimediando alle storture, alle disparità, alle arbitrarietà (vedi cigs) che stanno alla base delle frammentazioni (generazionale, etnica, territoriale, legislativa) che creano e producono la precarietà.

Ci si apre il cuore nel pensare che rinunciando all’alta velocità in Val di Susa e agli F35 per l’aviazione militare si riuscirebbe a finanziare questa proposta per quattro anni. Abbastanza per vederne i risultati.