La tecnologia al servizio della disabilità: i Google Glass, gli occhiali di Google che verranno messi in commercio alla fine del 2014, promettono di migliorare la qualità di vita di chi è affetto da handicap. Consentono di “spiegare” la realtà su cui si ferma lo sguardo dell’utente, effettuare ricerche, condividere informazioni con i propri contatti e scattare foto attraverso semplici comandi vocali, senza avere lo schermo di un computer di fronte o un telefono in mano. E, soprattutto attraverso apposite applicazioni, aiuteranno non udenti e disabili a rimuovere qualche ostacolo. E, in alcuni casi, hanno già dato risultati positivi. 

Alex Blaszczuk e Tammie Loy Van Sant, americane, sono entrambe costrette su una sedia a rotelle. Grazie ai Glass, che hanno testato col programma di sperimentazione di Google “The Glass explorer”, possono rispondere al telefono e ai messaggi e scattare fotoRobert Christopherson, inglese, ipovedente, è fermamente convinto che gli occhiali di Google lo aiuteranno nella vita di tutti i giorni a descrivere la realtà che non riesce a vedere. Questo avviene già con “Talking Goggles”, app di Google per smartphone che riconosce gli oggetti in tempo reale e li spiega a voce. Questa app funziona molto bene nella capitale britannica: i Goggles (tradotto, gli “occhiali”) riconoscono molti elementi: sono in grado di leggere, interpretare e tradurre scritte, identificare oggetti, come ad esempio gli autobus (quale linea, il numero, la direzione, il numero di fermate). Il riconoscimento facciale, una tecnologia in grado di identificare i volti, condannata da scettici e dai difensori della privacy, potrebbe essere di aiuto invece per non vedenti o ipovedenti nell’individuare e suggerire i nomi delle persone. Oppure, chi non riesce a riconoscere le emozioni dalle espressioni del volto ed è affetto da sindrome di Asperger, potrebbe, per mezzo dei Glass e attraverso app specifiche, “decrittare” le espressioni del volto.

Stefano Ceccon, ricercatore presso il “Crabb Lab” della City University di Londra, è un ingegnere biomedico e svolge ricerca sul glaucoma, una malattia della vista che può portare alla cecità. Immagina un utilizzo potenziale dei Glass nel suo ambito di ricerca: “Uno dei problemi del glaucoma è la difficoltà di effettuare la diagnosi precoce, per avvertire il paziente e rallentare il decorso della malattia. Al contrario, nella maggior parte dei casi, la diagnosi avviene quando la malattia è già in fase avanzata. Credo sarebbe molto utile una virtual reality app per i Glass in grado di simulare una visione limitata per coloro che soffrono di glaucoma e sono ancora allo stadio iniziale”. Poi, aggiunge Ceccon, “un altro uso, un po’ più visionario ma di più forte impatto, potrebbe essere quello diagnostico: credo sarà possibile valutare il campo visivo del paziente attraverso i Google Glass. I test per individuare la presenza del glaucoma sono basati su una macchina ingombrante e imprecisa. Un sistema integrato negli occhiali – attraverso una app – consentirebbe l’autotesting. Si risparmierebbero tempo e soldi”.

In ambito culturale, invece, c’è “Atlas”, un progetto di ricerca coordinato da Paolo Prinetto, professore del Politecnico di Torino. E’ l’impianto su cui si basa GoogleGlass4Lis, la prima audioguida per non udenti realizzata proprio come app per i Glass, e lanciata lo scorso 15 novembre al Museo Egizio di Torino. Prinetto, sulle potenzialità dei Glass, spiega: “Vedremo che caratteristiche tecniche avranno. Tutte le wearable technologies (tecnologie indossabili, ndr) hanno delle potenzialità enormi: grazie agli occhiali di google si potrà accedere al web senza dovere digitare nulla. Per il momento non riesco a immaginarne gli usi, perché il lancio sarà fra un anno e non c’è ancora un modello definitivo”.

di Olga Mascolo