Il pensiero di alcune femministe targato Usa (vedi Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin), secondo la giurista/scrittrice francese Marcela Jacub, dalla fine anni ‘90 è diventato in Francia espressione di una cultura egemone per quel che riguarda le questioni di genere. Prostituzione e pornografia sono oggetto di inquisizione perché considerati “violenza” e “sfruttamento” a prescindere dal fatto che siano le stesse donne a scegliere di lavorare in quei settori.

La loro idea di soluzione del problema, giacché pretendono di sapere quel che realmente desiderano le donne meglio delle donne stesse, è la censura, sanzioni, abolizionismo, dividendo le persone in buone e cattivi, gli ultimi da liquidare con disprezzo e le prime, trattate sempre alla stregua di bambine, considerate sempre e solo vittime.

Il femminismo di cui alcune si fanno divulgatrici sembra una collezione di verità teologiche/ideologiche al pari di quelle di cui si fanno interpreti le volontarie del Movimento per la vita. Tra una moralizzazione e l’altra rifiutano l’idea che esistano donne alle quali piace una sessualità ritenuta “immorale”. Ti educano a ritenere che esista una sessualità “giusta” e una “sbagliata” e che sia violenza anche ciò che violenza per te non è. L’unica consensualità accettata è quella che segue le loro regole. Da un lato abbiamo perciò difficoltà a fare accettare l’idea che ‘no’ vuole dire ‘no’ e dall’altro, per assurdo, c’è chi rifiuta di accettare il fatto che ‘si’ vuol dire ‘si’.

Abbiamo a che fare con una crociata moralista e normativa che intende, e cito Judith Butler a proposito di pornografia, “disciplinare non solo le rappresentazioni ma anche il modo di pensare della gente, i desideri, le fantasie”. Perciò Butler conclude, in riferimento a quella corrente di pensiero, che “il femminismo ha contribuito non meno della cultura imperante a circondare di colpa il sesso e le fantasie”. Per le donne che ritengono di possedere la sapienza del “vero Bene” il tuo percorso di conquista della libertà non può che tendere a esso e deve corrispondergli perché se non coincide non sarà altrimenti considerato un percorso libero.

Le femministe che la pensano così, per affermare ciò, si alleano con polizie, paternalisti, conservatori di ogni tipo. Invocano punizioni dure, un po’ come è stato per la legge sul femminicidio qui in Italia, e non riconoscendo alle donne libertà di scelta si sostituiscono ad esse oggi per rendere una querela irrevocabile e domani per “rendere illegale quello che viene considerato immorale” (cit. documento firmato anche dalla filosofa Elisabeth Badinter).

Quella corrente femminista in Europa è diventata lobby e negli ultimi anni, a proposito di prostituzione, porta avanti un programma abolizionista che individua nel modello svedese la panacea di tutti i mali. Combattono la tratta, lo sfruttamento della prostituzione, inclusa quella minorile, e fin qui tutto bene. Il punto è che, volendo imporre una morale, non riconoscono la legittimità delle richieste di regolarizzazione di sex workers che fanno quel mestiere per scelta.

Sulle donne, inascoltate, che scelgono di vendere servizi sessuali pesa un doppio stigma. Da un lato la colpa di non corrispondere a un modello di madre/moglie/santa i cui servizi sessuali vengono resi in esclusiva solo al legittimo consorte, dall’altro quello di non corrispondere all’idea di vittima/martire, in cerca di redenzione, che la società riconosce come unico ruolo assolvibile.

Di fatto confondere la tratta con il sex working autodeterminato è un atto di arrogante autoritarismo. Così le vittime di tratta e le sex workers vengono messe le une contro le altre, anzi si stabilisce che la libera scelta corrisponda a negazionismo e banalizzazione del fenomeno dello sfruttamento.

Non si riesce a immaginare una norma in cui si punisca lo sfruttamento e tuttavia si regolarizzi il sex working per chi lo sceglie. Non si considera neppure che la proibizione condanna le sex workers a restare in clandestinità, marginalizzate, esposte alle violenze, nelle mani dei papponi.

Le femministe di cui parliamo sono spesso anche borghesi. Quando si pronunciano contro la prostituzione non fanno altro che separare quella forma di sfruttamento da tante altre. Nel biocapitalismo sfruttati infatti sono tutti i nostri corpi, ché siamo solo carne a servizio di chi realizza profitto.

Parlando di migranti penso al mestiere di badante, ruolo di cura necessario al welfare neoliberista. Professione/redenzione proposta alle vittime di tratta come via per trovare il paradiso, è sfruttamento per donne ricattabili alle quali viene negato diritto di transito, riconoscimento del titolo di studio, possibilità di integrarsi per quello che davvero sanno o vorrebbero fare. Prevenire la “tratta” delle badanti e la prostituzione delle migranti, per esempio, dovrebbe significare una diversa legge sull’immigrazione e realizzare le condizioni affinché le donne non debbano affidarsi a criminali per varcare i confini della civile Europa.

Le femministe abolizioniste però non danno una lettura del fenomeno che tenga conto di differenza di classe, questioni di genere e “razza”. Anzi. Non è raro che siano portatrici di un “comodo” pensiero neoliberista e neocolonialista incline ad approvare legislazioni in cui si precarizzano le condizioni di lavoro, si smantella lo stato sociale e si realizza repressione contro gli immigrati.

Questo il contesto. In Francia la ministra per i Diritti delle donne Najat Vallaud-Belkacem, mi pare rappresenti il ruolo che in Italia hanno alcune donne simbolo nelle istituzioni. Incarnano brand identitari a legittimazione di governi socialdemocratici e neoliberisti. Donna giovane, integrata e dalla doppia nazionalità come ministra di una nazione in cui è pressante l’atteggiamento neocolonialista (si ricordi la questione del velo) nei confronti di donne di altre culture.

In Francia esiste anche una terribile legge sull’immigrazione approvata da Sarkozy ed è una norma che impone la carcerazione per il reato di “clandestinità. Il governo socialista di Hollande, come il nostro del Presidente Letta, promette riforme. Promette, ma non arrivano. La ministra vuole oggi una legge di stampo abolizionista che prevede sanzioni salatissime per i clienti delle prostitute. Né vittime né colpevoli, dicono le sex workers scese in piazza contro la proposta. “Contro il sessualmente corretto, vogliamo vivere da adulti”, scrivono 343 firmatari in un manifesto supportato anche dalla filosofa femminista Élisabeth Badinter.

La comoda indignazione contro la prostituzione è argomento anche italiano. Non bastava la stagione in cui si è celebrata la separazione tra donne perbene e donne permale. Sindaci/sceriffi, di centro destra e centro sinistra, emanano da tempo ordinanze anti/prostituzione che sanzionano prostitute e clienti per questioni di decoro, abbigliamento inadeguato, atteggiamenti da “meretricio”, blocco del traffico automobilistico. La legge italiana però dice che la prostituzione non è reato e non commette alcun reato neppure chi va a prostitute. Reato è lo sfruttamento, l’induzione, con particolare riferimento alla prostituzione minorile, il favoreggiamento.

Recentemente altri sindaci si sono scoperti favorevoli a ricevere i proventi che arrivano dalla prostituzione. Raccolgono firme per abrogare la legge Merlin e chiedono che le prostitute paghino le tasse per riempire le casse (vuote) delle amministrazioni. Di fatto già succede, senza che vi sia alcun riconoscimento di diritti, che le sex workers siano soggette a controlli fiscali e sia imposto loro di pagare le tasse.

Tali richieste e discussioni sulla prostituzione vengono comunque fatte senza che le sex workers siano mai consultate. E’ sempre qualcun altro che vorrebbe decidere per loro. Stati Uniti, Europa, Svezia, Francia, Italia. Tutti uniti a togliere parola a chi quel mestiere lo pratica.

Il Comitato per i diritti civili delle prostitute rappresenta in Italia, con Pia Covre in testa, uno dei gruppi che rivendicano la regolarizzazione del lavoro sessuale. In rete assieme a tutte le organizzazioni europee che si occupano dello stesso tema. Per chi vuole sapere cosa chiedono, ecco due documenti base a livello europeo – la Dichiarazione dei diritti dei/delle sexworkers e il Manifesto dei/delle sex workers – e le richieste a livello italiano.

Perché quel che succede alle sex workers ci riguarda e ci riguarda anche per il fatto che ancora una volta si fa fatica ad accettare un’idea rivoluzionaria. Non siamo tutte uguali. Non dobbiamo condividere un unico sentire ma sarebbe bello fossimo libere di scegliere, in qualunque circostanza. Si chiama autodeterminazione e se non difendi quella, a prescindere dal fatto che tu sia d’accordo o meno con la mia scelta, di che liberazione delle donne stai parlando?