“Vivo un’enorme contraddizione: da un lato spero che passino amnistia e indulto, perché le condizioni dei detenuti non sono augurabili a nessuno, dall’altro ne ho il terrore, perché allora sì che la morte di mio fratello rimarrebbe senza colpevoli”. Ilaria Cucchi sta per cominciare una nuova battaglia. Sono scaduti mercoledì i termini per presentare ricorso in appello, dopo una sentenza di primo grado che non ha lasciato soddisfatto nessuno, se non i tre agenti penitenziari assolti dal reato di lesioni lievi. E che potrebbero, se fossero varati i provvedimenti di clemenza chiesti dal capo dello Stato, rimanere innocenti a vita.

La famiglia di Stefano Cucchi, morto 4 anni fa dopo un arresto per droga e una settimana di agonia nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma, ha accettato un risarcimento economico (pari a 1 milione e 340mila euro) da parte degli unici condannati nel processo di primo grado, i medici del nosocomio che non prestarono al ragazzo le cure necessarie. “Il risarcimento è un riconoscimento di responsabilità, ma dobbiamo ancora capire chi ha spedito Stefano in ospedale” spiega Fabio Anselmo, l’avvocato di Ilaria, che si era costituita parte civile e attraverso il quale ha depositato il ricorso solo per quanto riguarda la posizione dei tre agenti. “Se passa l’indulto – prosegue Anselmo – le pene detentive inflitte in primo grado sarebbero ulteriormente svuotate di sostanza (già oggi nessuno è in carcere, ndr)”.

La sentenza della Corte d’Assise, pur non rinviando gli atti in Procura, ha lasciato aperta una porta incredibile: “Potrebbe addirittura ipotizzarsi – hanno scritto i giudici – che il Cucchi fosse stato malmenato dagli operanti al ritorno dalla perquisizione domiciliare”. Secondo la Corte, cioè, a picchiare Stefano potrebbero essere stati i carabinieri che lo avevano arrestato. Accusa, questa, smentita dai pubblici ministeri Barba e Loy che anche in sede di ricorso in appello addebitano le responsabilità del pestaggio soltanto ai tre penitenziari. Che si sono proclamati innocenti, ma non hanno mai scaricato le responsabilità. Ora l’appello si gioca tutto sul capo d’imputazione, motivo di frizioni tra la Procura e la parte civile: “Abbiamo fatto finta di processarli per lesioni lievi – continua il legale – quando è stato un omicidio preterintenzionale”. Anselmo cita una sentenza della Cassazione che riconosce, appunto, l’omicidio preterintenzionale nel caso di un soggetto che, inseguito dopo essere stato malmenato, scappa, salta un parapetto e precipita nel vuoto. “Mi aspetto – insiste l’avvocato – che ora venga collegata l’azione delittuosa con la morte. Cucchi è morto perché non curato, ma non sarebbe morto se qualcuno non lo avesse picchiato”.

“Mi auguro che non si continui a difendere l’operato dei magistrati in nome di uno spirito di corpo – aggiunge Ilaria Cucchi –. Nel suo ricorso, la Procura generale invita la Corte ad esaminare l’intero quadro probatorio e le configurazioni giuridiche più appropriate. Questo apre a una modifica del capo d’imputazione”. Alla sorella di Stefano non sembra vero di essersi trovata di fronte a tante difficoltà: “Quattro anni fa le cause della morte erano talmente evidenti che mai mi sarei aspettata questa ostilità. E invece La Russa e Giovanardi (all’epoca ministro e sottosegretario, ndr) avevano già deciso che sarebbe stata una colpa medica. Ora abbiamo bisogno che i riflettori mediatici non si spengano”. Non è una richiesta casuale: la Corte cita più volte il clamore che il caso Cucchi ha creato, quasi a voler far sorgere il dubbio che gli stessi giudici non togati possano essere stati influenzati dalle notizie di stampa.

da Il Fatto Quotidiano del 1 novembre 2010

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