Me ne sono già occupata su questo blog esattamente un anno fa, ma il tema dei droni e degli omicidi mirati non è mai stato caldo e dibattuto come ora. Sono legali o sono crimini sponsorizzati dallo Stato? Sono utili o sono il male minore? Sono moralmente giustificati?

Parlando da un punto di vista strettamente giuridico (e lasciando quindi da parte considerazioni militari ed etiche) gli omicidi mirati, tra cui quelli condotti tramite droni, sono solo eccezionalmente giustificati dal diritto internazionale. Nella maggior parte dei casi essi violano i diritti umani della popolazione civile ed in molti casi integrano veri e propri crimini. Gli stati, ed in particolare gli Stati Uniti, che stanno facendo un ricorso massiccio ai “targeted killings” nella loro “war on terror” non hanno chiarito gli standard legali adottati per condurre tali operazioni, né hanno mostrato di adottare sufficienti garanzie per proteggere i civili. A tali conclusioni è giunto l’esperto incaricato dall’Onu in materia di antiterrorismo e diritti umani, che il 25 ottobre scorso ha presentato il contenuto del suo recente rapporto all’Assemblea Generale dell’Onu nell’ambito un interessantissimo panel (che si può rivedere qui integralmente) sul tema droni, composto di esperti giuristi.

Ma al di là degli aspetti strettamente giuridici, tra i moltissimi articoli e film usciti nell’ultimo periodo, ve ne sono due che hanno particolarmente catturato la mia attenzione.

Il primo è un lungo articolo apparso su GQ della scorsa settimana (ebbene sì GQ, anche i giornali fighetti fanno articoli tosti, a volte), contenente le confessioni di un ex-soldato americano che ha combattuto gli ultimi sei anni in Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan e Somalia, senza mai muoversi dalla sua sedia e dal suo monitor dentro ad un buco di base militare nel deserto del Nevada.

Si tratta chiaramente di un operatore di droni, il suo nome: Brandon Bryant. Reclutato nel 2007, a soli 21 anni, dall’esercito statunitense per analizzare in diretta le immagini registrate dai droni militari e così guidare le operazioni di guerra, ed in particolare gli omicidi mirati di presunti terroristi, Brandon è stato uno dei primissimi soldati americani a combattere questa guerra allo stesso tempo virtuale e molto reale. Virtuale per chi tele-comanda gli aerei (i droni) a circa 12.000 chilometri di distanza attraverso una sorta di joystick, seduto davanti ad un monitor. Reale per chi contemporaneamente, a migliaia di chilometri di distanza, muore, fatto saltare in aria da quel missile sganciato da quel drone. In realtà, come ben traspare dalle parole di Brandon, di virtuale non c’è nulla, neanche per chi combatte questa guerra da lontano, che l’orrore provocato dall’uccidere qualcuno non è reso inferiore dalla distanza.

Il secondo è un film, diretto da Robert Greenwald, che si intitola Unmanned: America’s drone wars. Il film è appena uscito e per un periodo limitato sarà visibile in streaming gratuitamente per chi si registra. Personalmente non posso che consigliarvi fortemente di approfittare, perché il documento merita davvero.

Peraltro anche qui è presente Brandon, il soldato-operatore di droni “pentito” di cui sopra. La sua testimonianza e denuncia, di un sistema che vuole apparire perfettamente funzionante, chirurgico e pulito, e che in realtà si rivela essere barbaro e impreciso quanto i mezzi di guerra convenzionali, è resa ancora più forte in questo documentario, capace di veicolare molto anche a livello emotivo. In particolare si rimane basiti davanti alla storia di Tariq Aziz, un ragazzo pachistano di 16 anni, ucciso da un drone americano in Waziristan esattamente due anni fa (il 31 ottobre 2011), sulla base di notizie di intelligence chiaramente sbagliate. Purtroppo la storia di Tareq è molto più comune di quanto non vorremmo immaginare, perché le informazioni sulla base delle quali viene decisa l’eliminazione del “presunto terrorista” non sono sempre attendibili e opportunamente verificate. Il punto è che – salvo in circostanze eccezionali ove questo sia impossibile e vi sia un pericolo imminente per la vita delle persone – il sospetto (terrorista/criminale, comunque lo si voglia chiamare) deve essere catturato e l’eliminazione fisica non dovrebbe avvenire se non nel contesto di operazioni belliche in corso (il che non è il caso per la maggior parte degli attacchi americani). Giusto per dare un’idea dei numeri, quando fu congedato Brandon fu insignito di una sorta di certificato che riportava i “successi” ottenuti nel corso degli attacchi coi droni a cui aveva collaborato: “totale dei nemici uccisi: 1.626”.  Lui stesso dice che a vedere quel numero gli è venuto da vomitare.