“In teoria il trasferimento di detenuti all’estero come strumento per decongestionare le carceri può funzionare, se gestito attentamente, sulla base di accordi esistenti e di una chiara volontà del detenuto. Guai però a perorare la causa di deportazioni di massa”. Perché l’Italia sottoscrive accordi per lo scambio di detenuti che poi restano sulla carta? Perché non si punta di più su questo strumento anziché caldeggiare l’ennesimo indulto? Risponde Angelo Alessandro Sammarco, professore di diritto dell’esecuzione penale, presso l’Università di Salerno e coautore del trattato di procedura penale su “Esecuzione e rapporti con autorità giurisdizionali straniere”.

Sa quanti detenuti stranieri vengono ammessi al rimpatrio per l’esecuzione della pena?
Francamente no. Non credo che ci siano statistiche dettagliate per numeri che ritengo, comunque, molto modesti. Bisognerebbe verificare caso per caso se ci sono stati problemi che hanno interferito sull’esito positivo delle richieste. La sproporzione tra detenuti stranieri in Italia e detenuti italiani all’estero renderebbe molto “interessante” per noi incentivare lo scambio. I “riceventi” però dovrebbero sobbarcarsi il costo di pene comminate dal nostro Paese per un alto numero di soggetti. 

Perché allora sottoscriviamo tutti quegli accordi che restano sulla carta? Sembra una presa in giro. 
Il mistero di trattati che, guardando ai numeri, non producono nulla può dipendere da tanti fattori: il parlamento inerte, le procedure complicate. Perché nessuno si attiva mai, perché la stessa possibilità di scontare la pena all’estero non sempre viene prospettata al detenuto, magari non nella maniera corretta. Potrebbe essere agevolato assolutamente il diritto del detenuto a scegliersi il luogo della pena, dall’altro lato bisognerebbe rimuovere gli incagli e le farraginosità della burocrazia e trovare una volontà politica maggioritaria che condivide questa opzione.

Quali problemi giuridici solleva il trasferimento nel paese d’origine?
Intanto bisogna chiarire che il trasferimento avviene sempre per volontà del detenuto. E’ improprio e semplicistico definirli semplicemente “scambi” perché sono trasferimenti concordati. Questo è un punto centrale e delicatissimo. Ogni trattato non può prescindere da una procedura individuale. Non si possono spedire all’estero i detenuti solo perché c’è un accordo.

Ma quindi l’accordo a cosa serve?
A disciplinare la possibilità. Per questo non è immaginabile, e sarebbe palesemente incostituzionale, che uno Stato intraprenda la strada delle deportazioni di massa dei detenuti. Non è poi così automatico e scontato il riconoscimento e l’esecuzione di sentenze penali straniere, anche se sono stati firmati dei trattati tra Paesi.

Se gli accordi prevedono la possibilità del trasferimento nella patria d’origine perché non vengono incentivati e poi praticati?
Non saprei dire se questo strumento è abbastanza incentivato. Certo, ci vorrebbe una politica specifica di monitoraggio che mi pare non ci sia. Gli stessi dati diramati dal ministero sulla popolazione carceraria sono per forza di cose imprecisi perché potrebbero non tenere conto e in tempo reale del numero degli scarcerati e degli ammessi a misure alternative. E’ un terreno su cui non è facile lavorare.

Perché è così difficile?
Perché lo Stato non potrebbe comminare una pena e disinteressarsi della sua esecuzione, rimettendola nelle mani di un altro Paese, essendo la pena necessariamente e naturalmente correlata al locus commissi deliciti, e quindi alla sfera territoriale del Paese che con legge ne ha previsto l’applicazione in caso di commissione di un fatto costituente reato. Il trasferimento può essere un diritto, quando, nell’ambito di accordi internazionali, a chiederlo sia l’interessato; ma, in assenza della volontà dell’interessato o contro la volontà di questo, non possono essere concepiti, se non in casi eccezionali e nell’ambito di specifici e tassativi accordi internazionali, motivati da ragioni ultranazionali,  trasferimenti automatici per l’esecuzione della pena all’estero relativa a reati commessi in Italia.

Eppure la Bossi-Fini, più che mai contestata dopo la strage di Lampedusa, ha consentito i trasferimenti di massa nel paese d’origine. Quindi è vero che quando c’è una volontà politica si può fare.
La Bossi-Fini prevede meccanismi di espatrio operativi molto rapidi per coloro che non sono in regola con il permesso di soggiorno. Si tratta quindi di una procedura amministrativa che non riguarda l’ipotesi di commissione di reati. Comunque, anche in questo caso, le espulsioni con accompagnamento coatto alla frontiera scaturiscono sempre da provvedimenti individuali, anche se nell’immaginario hanno assunto i tratti di trasferimenti collettivi.

E quindi senza rimpatri, se non per i clandestini, le carceri resteranno piene fino all’ennesimo indulto?
Purtroppo da quello che leggo pare questo l’orientamento. E’ la soluzione più facile. Non riuscendo ad amministrare la situazione, lo Stato estingue pena e reato per tutti, ma è un palliativo al sovraffollamento. Bisognerebbe esplorare altre strade, ma serve coraggio.

Quali strade alternative?
Certo, incentivare il trasferimento quando possibile, ma anche depenalizzare e razionalizzare il sistema sanzionatorio, creare pene alternative come i lavori di pubblica utilità che non graverebbero sul sistema carcerario e potrebbero servire ad attribuire vantaggi alla società.

Un esempio?
I condannati per fatti gravi commessi in violazione delle regole della circolazione stradale li metti a lavorare sulle autostrade. Non ha senso buttare la gente in carcere, magari a distanza di anni e anni dal reato commesso. Ci siamo dimenticati che la nostra pena, per la Costituzione, deve tendere necessariamente alla rieducazione, mentre, in pratica, l’unica forma di rieducazione oggi concepita è la detenzione che, come tutti sanno, non è di per sé rieducativa, costituendo, anzi, molto spesso, un fattore addirittura criminogeno: mi riferisco all’”educazione al crimine” favorita dalla frequentazione dell’ambiente carcerario, di cui abbiamo molti esempi anche cinematografici e letterari. Insomma, siamo proprio indietro.