Volevano visitare la mostra del pittore Michele Catti ma una volta arrivati al Palazzo della Provincia di Palermo decine di turisti e di cittadini sono rimasti basiti: l’ingresso era sbarrato, e la mostra era off limits. Poco importa se a leggere il sito della Provincia non c’erano dubbi: l’evento era visitabile tutti i giorni, compreso il week end, dalle 9 e 30 in poi. E invece contrariamente agli orari diffusi dall’ente, turisti e avventori avevano trovato chiuso il portone di Palazzo Sant’Elia, che ospitava le opere dell’artista ottocentesco. “Sin dalla seconda settimana di luglio, c’è stato un drastico calo delle visite durante i week-end con incassi pari a meno di un terzo di quanto necessario per coprire i costi del personale” si era scusato imbarazzato con i giornalisti il soprintendente Antonino Ticali. Solo un imprevisto? Neanche per idea. Perché da qualche anno in Sicilia la questione dei beni culturali, un tempo fiore all’occhiello e ipotetica fonte di ricchezza dell’isola, fa acqua da tutte le parti.

Durante tutta l’estate, per esempio, i principali musei e luoghi di interesse culturale dell’isola sono rimasti spesso chiusi, e quindi inaccessibili per i turisti in visita in Sicilia. Il motivo? Il personale non era sufficiente a garantire l’apertura dei siti. Già all’inizio di luglio i lavoratori dei beni culturali avevano infatti esaurito il limite dei giorni festivi lavorativi stabiliti dal contratto. Il risultato è stato che posti come il Castello della Zisa o il chiostro di Monreale sono rimasti spesso chiusi la domenica, giorno in cui la concentrazione di turisti e visitatori è ovviamente più alta. E se l’assessore regionale ai beni culturali Maria Rita Sgarlata prometteva “turni rigidi” per i 1200 custodi dei musei siciliani, gli ex lavoratori precari dei beni culturali siciliani assediavano invece l’assessorato: “Niente è stato fatto veramente per risolvere la situazione – denunciavano – e nessuna prospettiva di guadagno si ravvisa per questa terra che dovrebbe vivere solo di turismo, ma sembra invece snobbarlo”.

E mentre musei e luoghi d’interesse rimanevano desolatamente chiusi, mettendo in fuga delusissimi turisti, Federculture, l’associazione nazionale delle aziende operanti nel campo delle attività culturali, diramava gli ultimi dati sulla fruibilità dei beni culturali in Sicilia. Una relazione che non lasciava dubbio alcuno sulle drammatiche condizioni dell’isola in fatto di gestione della cultura. In Sicilia, secondo Federculture, la spesa familiare media per cultura è pari al 5,8% sulla spesa totale: una media molto distante dalla regione italiana i cui abitanti spendono di più, che è il Piemonte con l’8,8%. Come dire: visto che con la cultura non si mangia, tanto vale risparmiare per andare a teatro o visitare i musei. Teoria che sembra essersi fatta strada anche nella mente degli amministratori, dato che anche le statiche sugli investimenti degli enti pubblici in ambito culturale sono feroci: nel 2011, per esempio, il Comune di Palermo era decisamente al di sotto della media nazionale con una spesa nel settore culturale pari all’1,65% del bilancio totale: la media più bassa d’Italia con circa 20 euro d’investimento per ogni abitante. Numeri che però non hanno demoralizzato la nuova amministrazione guidata da Leoluca Orlando, abile nel candidare il capoluogo siciliano a Capitale europea della cultura 2019.

Se Palermo riuscirà nell’impresa non è al momento dato sapere: senza dubbio, i soldi che potrebbero arrivare sul capoluogo aiuterebbero di certo a rilanciare la città. Il resto del panorama culturale siciliano invece sembra essere destinato ad un rapido e desolante oblio. Perché la drammaticità della situazione isolana in fatto di cultura è tutta nei numeri: se i 111 siti culturali siciliani rappresentano il 26,4 per cento del patrimonio culturale italiano, la Sicilia riesce infatti ad attrarre soltanto il 9,2% dei visitatori italiani, e incassa solo il 10,6% degli introiti totali. Come dire che nonostante in Sicilia ci siano un quarto di tutti i beni culturali italiani, sull’isola al contrario non si riesce ad attirare più del 10 per cento di turisti che ogni anno si recano a visitare musei e aree archeologiche nel resto d’Italia.

Un saldo in netto passivo che si ripercuote sui bilanci: nel 2012 i siti culturali siciliani hanno incassato 13 milioni e mezzo di euro, registrando 3,7 milioni di visite. Un’inezia se si pensa che la Campania, con la sola Pompei, ha registrato introiti per 17 milioni di euro con solo due milioni e mezzo di visite. Questo perché in Sicilia non solo le visite ai beni culturali sono poche, ma il costo medio del biglietto è anche tra i più economici d’Italia. Durante tutto il 2012, per esempio, soltanto soltanto 252 persone hanno visitato il museo archeologico di Marianopoli, per un incasso di 352 euro. Ancora inferiore il bilancio dell’area archeologica di Santa Venera ad Aci Catena, dove 141 visitatori hanno lasciato nelle casse appena 173 euro: poco più di un euro a testa. Inspiegabile poi l’utilizzo di 20 custodi al museo archeologico di Centuripe, che ha staccato appena 398 biglietti in un anno. E se nel 2012 i beni architettonici siciliani hanno perso ben un milione di visitatori, per un calo del 9,2%, diverso il caso dei biglietti omaggio, aumentati del 4 per cento. Un milione e 795mila biglietti gratis elargiti a destra e a manca senza un preciso criterio d’assegnazione rappresentano infatti l’unica voce positiva del rapporto di Federculture. Un dato che la dice lunga su cosa s’intenda in Sicilia per cultura.

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