Il 29 settembre 49 uomini e una donna, in buona parte attivisti o simpatizzanti della Coalizione 14 febbraio – il movimento di protesta che prende il nome dal giorno di San Valentino del 2011, quando iniziò la rivolta del Bahrein – sono stati condannati a pene dai cinque ai 15 anni di carcere.  L’etichetta è la solita: “terroristi”.

“Terrorista” è, per esempio, ‘Abd ‘Ali Khair, esponente del partito d’opposizione Al-Wefaq, condannato a 10 anni solo per aver ricevuto e inoltrato un comunicato stampa della Coalizione 14 febbraio.

Sin dall’inizio, questo nuovo episodio della repressione in atto da due anni e mezzo nella monarchia degli Al Khalifa, protetta politicamente da Stati Uniti e Gran Bretagna (si vedano, in archivio, i numerosi post pubblicati in questo blog), è stato segnato da numerose irregolarità.

Gli arresti sono stati eseguiti senza mandato di cattura, in molti casi a seguito di irruzioni nottetempo nelle abitazioni. Prima del processo, gli avvocati non hanno potuto organizzare una valida difesa e, nel corso delle udienze, non hanno ottenuto l’audizione di testimoni. 

Alcuni imputati, che stavano già scontando pene detentive o erano in carcere perché indagati per altri presunti reati, sono stati condotti in tribunale senza neanche sapere che c’era un nuovo processo nei loro confronti e in assenza dei loro avvocati. C’è poi il capitolo della tortura, parte integrante degli interrogatori e mezzo determinante per estorcere le confessioni. 

Naji Fateel, uno dei responsabili dell’Associazione giovanile per i diritti umani del Bahrein, è stato arrestato il 2 maggio nella sua abitazione di Bani-Jamra. È stato tenuto per due giorni in isolamento totale, senza poter contattare il suo avvocato o i familiari. È stato preso a calci e pugni, sottoposto a scariche elettriche e minacciato di stupro. Durante un’udienza del processo, l’11 luglio, si è tolto la maglietta per mostrare i segni delle torture. Il giudice non ha battuto ciglio. È stato condannato a 15 anni.

Rihana al-Mussawi, condannata a cinque anni, ha denunciato in aula di essere stata costretta a spogliarsi e di aver “confessato” di essere una terrorista con la minaccia dello stupro.

Un altro imputato, Mohammad ‘Abdallah al-Singace, il giorno del processo non riusciva quasi a camminare per le botte che aveva preso.

Quello contro i 50 attivisti non è stato l’unico processo celebrato il 29 settembre. Lo stesso giorno, infatti, l’Alta corte d’appello del Bahrein ha ridotto la condanna di due poliziotti che avevano torturato a morte un manifestante.

Due anni per omicidio mediante tortura, 10 anni per aver girato una mail. Questa è la giustizia della famiglia Al Khalifa.