Colpito, ma non stupito. Ormai è chiaro: in Sudamerica lo stupore è merce rara. Il funzionario del Ministero dell’Interno è un tipo alto, magro, distinto nella sua uniforme grigia da sudista. Confabula con la doganiera poi ci fa cenno di seguirlo nel suo ufficio “por favor”. Riprendiamo i bagagli che stavano già per essere imbarcati e lì, al suo cospetto, replichiamo la nostra storia, assicuriamo la nostra buona fede, raccontiamo del nostro giro del mondo contromano (più contromano di così…), insistiamo sulla necessità assoluta di essere a Buenos Aires entro quella sera per recuperare l’auto fatta imbarcare a Lisbona. Il funzionario ci lascia parlare senza aprire bocca, poi, finalmente, parla lui. Ci spiega che arrivare a Buenos Aires in giornata non è più possibile, visto che l’ultimo traghetto è appena salpato, come noi stessi possiamo constatare. Scosta le tende e dalla finestra dell’ufficio vediamo quella che doveva essere la nostra nave inoltrarsi per il Rio de la Plata.

Ma questo è il meno, prosegue. Entrare in Uruguay senza visto d’ingresso è stata una grave leggerezza. Vedrà quello che può fare per noi. Ma intanto dobbiamo passare la notte all’Hotel Sol, a due passi dalla stazione marittima e non dobbiamo muoverci di lì finché non ci verranno a prendere l’indomani mattina. “Chi ci viene a prendere?”, chiediamo. “Non preoccupatevi, qualcuno verrà” risponde. Forse voleva essere rassicurante, ma non gli è riuscito troppo bene.

ricevuta-multa-vistoSi dorme poco all’Hotel Sol, e non è colpa del russare del vicino che è sempre più verde. Il telefonino di Pedro è spento, d’altra parte in Portogallo è notte fonda, ma resta muto anche quando diventa notte fonda in Uruguay, e poi mattina, senza che nulla accada. Verso mezzogiorno, Pietro frigge all’idea che in quel momento la Rabmobile è a Buenos Aires in cerca del suo padrone e decide di andare in avanscoperta alla stazione, costi quel che costi. Ma proprio in quel momento (o quasi: lasciateci romanzare un po’) due agenti di polizia appaiono nella hall. Cercano di noi. Sono venuti a prenderci e a scortarci a un altro ufficio della Stazione Marittima, dove ci attende un altro funzionario (e un po’ ce l’aspettavamo, perché anche questo ormai è chiaro: quaggiù le cose non si ripetono mai uguali). Il nuovo funzionario è basso, tarchiato e coi baffi. Sembra un po’ Maurizio Costanzo. L’aspetto non promette nulla di buono, invece ha buone notizie; dobbiamo pagare una multa per riavere il visto di ingresso e potremo avere quello di uscita e ripartire anche subito, se lo vogliamo. Certo che lo vogliamo! Ci precipitiamo a cambiare i 1728 pesos urugayani dovuti, paghiamo e con la ricevuta della multa in mano (foto 1) siamo in tempo a prendere il traghetto delle 15.30.

grattaceli buenos airesDopo un’ora abbondante di traversata appaiono dagli oblò gli eleganti grattacieli e i docks di Puerto Madero, la zona più chic di Buenos Aires (foto 2), ma non c’è tempo per vedere che effetto ci fa la prima volta nella capitale argentina. Dobbiamo cambiare al volo qualche peso argentino a uno dei tanti cambiavalute del mercato nero, perché lo sportello ufficiale è già chiuso, metterci nella coda chilometrica per salire su un taxi e precipitarci al porto mercantile della Boca, da tutt’altra parte della metropoli.

Quando arriviamo trafelati all’ingresso della zona portuale ormai il sole è ormai al tramonto (foto 3), poca gente in giro, e nessuno sa dirci niente del cargo MANO PODEROSA battente bandiera panamense. tramonto Buenos AiresDove sei, Rabmobile? Pietro si aggira tra le gru e le bisarche vuote nella speranza di veder comparire l’inconfondibile verde shetland dell’amata vettura. Nada de nada. Sembra che il cargo non abbia lasciato tracce, sempre che sia approdato. E sempre che sia mai esistito. Perché il telefonino di Pedro è spento ormai da 24 ore e cominciano a venirci dei dubbi.

Altri tre quarti d’ora di taxi per arrivare al barrio Palermo, dove ci sta aspettando il padrone dell’appartamento. Con il buio Buenos Aires è più viva e sterminata che mai, folla a passeggio, enormi viali che scorrono come fiumi, insegne illuminate in spagnolo ma anche in italiano; e questo nonostante il taxista non smetta di metterci in guardia su quanto sia pericolosa città, e di prendersela con la politica peronista della presidentessa Cristina. Inflazione, pesos in caduta libera, disoccupazione alle stelle e frontiere aperte a tutti i desperados dell’America Latina. “Povera Argentina!” Sembra di ascoltare Borghezio, ma siamo troppo preoccupati per contraddirlo. Ci fermiamo quasi alla fine dell’interminabile Avenida de Santa Fe. Il padrone di casa, evidentemente sul chi vive per via dei nostri ritardi, è sulla soglia del palazzo che ci aspetta, e ci saluta in italiano. “Complimenti, parla bene la nostra lingua” “Certo, sono italiano anch’io. Piacere, Mario.”

(13- continua)