Il tetto cui si riferisce il titolo è quello del debito pubblico americano, bloccato per legge all’importo di 16,69 trilioni di dollari (ovvero 16.690 miliardi), il ’48 è invece l’anno 1848, l’anno nel quale a Milano vennero combattute le famose 5 giornate di combattimenti contro gli Austriaci, ma un po’ in tutta Europa si ebbero rivolte contro il potere dominante al fine di ottenere delle Costituzioni capaci di metter fine al potere assoluto delle monarchie. A parte l’effimero successo iniziale, vanificato dalla immediata reazione e restaurazione, quello che restò nell’immaginario collettivo fu soprattutto il ricordo di un grande caos.

Nulla a che vedere con l’attuale crisi, di carattere economico-finanziario, che potrebbe scatenarsi tra una settimana o due, tuttavia il numero 48 è rimasto storicamente sininomo di grandi sconvolgimenti e confusione. A rilanciare l’allarme sul grave pericolo incombente di un default del Tesoro americano sono diversi quotati economisti, che naturalmente sostanziano le loro argomentazioni con ipotesi e calcoli perfettamente attendibili.

Una di loro, Annie Lowrey, sul NYT, ha preso a riferimento uno studio di RBC Capital Market pubblicato sul blog “Alphaville” del Financial Times, che evidenzia a suo avviso in modo inequivocabile come il raggiungimento del tetto massimo di debito fissato dalla legge, e l’impossibilità di superarlo, provocherebbe l’immediato collasso nelle transazioni economiche e creditizie e quindi una crisi finanziaria di tipo epidemico avente notevoli similitudini con quella del 2008.

Altri, come Krugman per esempio, pronosticano effetti anche peggiori, perché nel 2008 l’intervento dello Stato, a sostegno dell’economia e delle banche in caduta libera, è stato immediato e supportato senza tentennamenti da entrambe le formazioni politiche. Stavolta le cose andrebbero molto diversamente, sia perché l’accordo politico è un lontano ricordo, sia perché anche le possibilità di intervento dello Stato sono ora “fiaccate” da 5 anni di continuo sostegno da parte della finanza pubblica.

Ci sono però anche delle motivazioni “tecniche” all’origine del disfunzionamento dell’attività creditizia svolta dal Tesoro. Una di queste è determinata dal fatto che il Tesoro non marca inequivocabilmente quali pagamenti riguardano un determinato scopo, rendendo così impossibile (in una crisi di liquidità) assegnare priorità ai pagamenti (per far restare all’interno del tetto quelli che non si vuole vengano bloccati). Un’altra ragione è quella che il Tesoro sarebbe tenuto a dare notizia al mercato del default almeno con un giorno di anticipo, ma in pratica non può farlo perché (essendo il “tetto” un limite rigido) valicherebbe il potere del Congresso, che può intervenire fino all’ultimo minuto prima della scadenza per approvare una legge che alzi il famigerato tetto.

Nello studio della Lowrey ci sono altre ragioni tecniche (che risparmio al lettore per la loro relativa complessità), vale però la pena di soffermarsi ad una ipotesi formulata da Krugman, perché dimostra l’effetto di auto-alimentazione della crisi qualora si superasse il limite del tetto che la scatena. Lui dice “Benché attualmente le obbligazioni del governo americano siano considerate universalmente come un bene ‘rifugio’, un default del Tesoro provocherebbe immediatamente forti turbolenze sui tassi e sulle trattazioni delle stesse. Inoltre, essendo le sedi locali della Banca centrale costrette a fare radicali tagli di spesa (probabilmente anche molto poco selettivi) per star dentro al tetto, lui calcola tale necessità in circa 600 miliardi di dollari all’anno, equivalenti a circa 4 punti di Gdp (il Pil americano). Cioè una pesantissima manovra automatica di austerità che rigetterebbe in tempi brevissimi il Paese di nuovo in recessione. Con il conseguente effetto dei crolli in Borsa e del dollaro che perde di valore rispetto alle altre valute forti.

L’imposizione di un limite rigido (il“tetto”) al debito pubblico, come ho già detto anche in alcuni miei precedenti articoli, è una totale follia istituzionale. Volendo dare una rappresentazione figurata a quello che accadrebbe in America superando il limite invalicabile del “tetto”, possiamo pensare ad una navicella spaziale che entra nel raggio d’attrazione di un “buco nero”: superata la soglia si entra in una trappola che non lascia alcuna possibilità di scampo.