Conclusa l’operazione Ansaldo Energia, il governo di Enrico Letta passa al dossier Alitalia. Con un salvataggio che, mentre nel caso della prima ha visto intervenire il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti con una dote di circa 400 milioni, per la seconda prevede l’ingresso in pista dell’assicuratore del credito Sace o, meno probabilmente, delle Ferrovie dello Stato nell’ambito di una operazione da 500 milioni (di cui 300 di nuovi prestiti e 200 di aumento di capitale). La partita è estremamente delicata per la compagnia, ma anche per le banche creditrici e per gli attuali soci di Alitalia che rischiano di restare con il cerino in mano. Una situazione in cui Intesa Sanpaolo si trova doppiamente esposta.

E così agli ex patrioti che avrebbero dovuto far risorgere Alitalia come una Fenice non resta che sperare nello Stato. Al punto che l’ultima riunione del consiglio di amministrazione della compagnia, quello di venerdì 4 ottobre, è stato dedicato all’analisi dell’avanzamento dei lavori “relativi alla manovra finanziaria – necessaria a sostenere il nuovo Piano Industriale 2013-2016 – approvata nel cdA del 26 settembre”, come spiega una nota che precisa che la disanima è stata fatta “anche a seguito dell’incontro che i vertici hanno avuto il 1 ottobre con il Presidente del Consiglio dei Ministri e con altri membri del governo”. Un nuovo aggiornamento è previsto a stretto giro, martedì 8 ottobre, all’indomani del nuovo incontro col governo fissato per lunedì 7. Del resto il tempo stringe: in cassa ci sono poco meno di 130 milioni e l’assemblea per la ricapitalizzazione tampone è in calendario per il 14 ottobre.

Anche perché, come rileva Le Monde, Air France-Klm, socio di Alitalia con il 25%, e lo Stato francese, azionista al 15% del vettore transalpino per investire denaro fresco in Alitalia, pretendono la presentazione di un piano industriale lacrime e sangue oltre all’abbattimento del debito da quasi 1 miliardo. Detta in altri termini, i francesi non hanno alcuna intenzione di accollarsi debiti e personale Alitalia e, se proprio devono mettere mano al portafoglio, vogliono esser certi di poter comandare nella compagnia italiana. Di qui la decisione di votare contro l’aumento che andrà in assemblea il prossimo 14 ottobre e di esprimere perplessità verso il piano dell’amministratore delgato Gabriele Del Torchio, espressione dei soci italiani di Cai guidati dal ragioniere di Mantova Roberto Colaninno, lo stesso che, attraverso l’Opa Telecom del 1998, con i capitani coraggiosi è all’origine del forte debito di Telecom Italia.

Per questo, come suggerisce il quotidiano britannico Financial Times, i francesi stanno “facendo la cosa giusta a non fare un accordo affrettato”. Le banche, dall’altro lato, non vogliono perdere i propri crediti in una compagnia di bandiera che solo nel primo trimestre ha totalizzato perdite per 300 milioni. In mezzo ci sono ben 14mila dipendenti (per i quali Air France Klm, a margine del cda Alitalia, ha smentito di volere un piano di 4mila tagli con il ridimensionamento di Fiumicino) e i contribuenti che rischiano di pagare un conto salato per la ristrutturazione della compagnia di bandiera. Meno complessa è stata invece la faccenda Ansaldo che Finmeccanica stava per cedere ai coreani della Doosan.

Dopo un lungo braccio di ferro, la società, che è strategica perché uno dei leader internazionali nella fornitura e gestione di impianti elettrici, è finita nelle mani del Fondo strategico di Investimenti che ne ha acquistato l’85% impegnandosi però a trovarle in futuro un socio industriale. Il restante 15% resta temporaenamente nelle mani del gruppo pubblico della difesa che alleggerisce così i suoi conti grazie a un beneficio complessivo di corca 740 milioni di euro tra incasso attuale e futuro più l’alleggerimento del debito, mentre il fondo pubblico complessivamente ha messo sul piatto poco più di 900 milioni di euro. Una classica operazione di sistema, insomma, che si spera abbia esito diverso rispetto al salvataggio di Alitalia orchestrato nel 2008 dall’ex premier Silvio Berlusconi e dall’ex ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera, all’epoca ai vertici di Banca Intesa. Una vicenda in cui gli italiani ci hanno rimesso 4,5 miliardi, senza peraltro risolvere i problemi della società.