A meno di un accordo dell’ultima ora, che a questo punto appare piuttosto improbabile, alla mezzanotte di lunedì 30 il governo americano chiude molti dei propri servizi. Non è ancora il default, che potrebbe arrivare a una data imprecisata intorno alla metà di ottobre, ma è una riduzione radicale dell’attività governativa per mancanza di fondi. Democratici e repubblicani, Camera e Senato continuano a rimbalzarsi progetti e responsabilità senza arrivare a un accordo e non sembrano capaci di trovare un compromesso entro la mezzanotte. Se così sarà, se le parti resteranno lontane, il governo Usa conoscerà il suo primo shutdown, il suo primo arresto, in 17 anni.

Quello che succederà è particolarmente grave. Verranno garantite tutte le cosiddette spese “obbligatorie”: quelle sanitarie (Medicaid, Medicare), il pagamento delle pensioni, i buoni alimentari, gli assegni di disoccupazione. Resterà in funzione il sistema postale e tutte quelle attività che hanno a che fare con “la salvezza della vita umana e la protezione della proprietà”, quindi ospedali, carceri, controllo aereo, assistenza in caso di disastri, controlli alle frontiere. Tutto il resto subirà un radicale ridimensionamento, sino alla chiusura, dai parchi nazionali ai musei, dal dipartimento all’Educazione agli uffici dell’immigrazione. E’ stato calcolato che soltanto nell’area di Washington DC, centro del governo federale, circa 700mila posti di lavoro sono a rischio, nel senso che agli impiegati federali potrà venir chiesto di restare a casa, senza stipendio, o di ridurre radicalmente la propria attività. Nella regione della capitale la serrata del governo dovrebbe costare circa 200 milioni al giorno e interessare alcuni dei tesori della storia e della cultura americana. Saranno chiusi gli Smithsonian museums, lo Zoo nazionale, i siti della Guerra Civile.

Si può evitare tutto questo? Difficile, quasi impossibile, a meno di clamorosi e per ora molto improbabili colpi di scena. Le posizioni di democratici e repubblicani restano lontane. I democratici, che sono la maggioranza al Senato, si dicono pronti a rifinanziare l’attività del governo federale e in questo senso hanno votato venerdì sera proprio al Senato. La Camera, a maggioranza repubblicana, ha risposto dando la disponibilità a votare il finanziamento, ma legandolo alla progressiva sottrazione di fondi per la riforma sanitaria di Obama, che entra in vigore da domani 1 ottobre. I repubblicani, al termine di uno scontro politico duro e cattivo come poche volte nel passato (in cui si è distinto il senatore Ted Cruz e tutti quei deputati vicini al Tea Party) hanno lanciato sabato la loro ultima proposta attraverso un voto alla Camera: via libera al finanziamento delle agenzie del governo, ma rinvio di un anno per l’entrata in vigore del nuovo sistema sanitario.

La proposta è stata, semplicemente, giudicata “irricevibile” dal capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, che attraverso una serie di artifici procedurali ha mantenuto il Senato chiuso per tutta la domenica. L’aula si riaprirà nel pomeriggio di lunedì. Reid farà rivotare ai suoi senatori democratici (e a tre repubblicani moderati che in questa occasione voteranno con i democratici) il progetto di legge per rifinanziare il governo, ma senza la clausola sulla riforma sanitaria, e rispedirà il provvedimento alla Camera. A questo punto, come ha spiegato il democratico Richard Durbin dell’Illinois, “i repubblicani potranno decidere se far chiudere il governo oppure no”. E avendo poco, pochissimo tempo prima della scadenza della mezzanotte, improbabile che i repubblicani riescano a votare il provvedimento.

Il gioco è soprattutto uno: lasciare il cerino nelle mani dell’avversario, in modo che sull’avversario ricada la responsabilità dello shutdown e della perdita, almeno momentanea, del lavoro e dello stipendio per migliaia di dipendenti pubblici. E’ un gioco politico cinico, che mostra il livello dello scontro e della polarizzazione raggiunto dalla politica a Washington. Alcuni testimoni descrivono John Boehner, lo speaker repubblicano della Camera, come “furioso”. Sulle sue spalle, soprattutto dalle sue scelte, dipende molto di quello che avverrà nelle prossime ore. Se Boehner porta la misura in arrivo dal Senato al voto, senza la clausola sulla riforma sanitaria, rischia di far infuriare i settori conservatori del suo partito, che hanno fatto della lotta all’Obamacare la ragione e il simbolo della loro azione. Se Boehner invece resiste, e resta fermo nella richiesta di rinviare l’Obamacare, accompagna parte del governo federale alla chiusura. Il “cerino”, a questo punto, sembra rimasto proprio nelle sue mani. Senza dimenticare che, se non si arriva a un accordo nei prossimi giorni, attorno alla metà di ottobre si verificherà qualcosa di ancor più grave e quello sì potenzialmente distruttivo: non lo shutdown del governo Usa, bensì il default vero e proprio, con il governo non più in grado di tener fede ad almeno il 30% dei propri impegni finanziari a meno di un nuovo innalzamento del tetto del debito.