Al termine dell’edizione 2012, gli organizzatori del Festival del diritto di Piacenza scelsero il tema di quest’anno: “Le incertezze della democrazia”. Ne dibatteranno – da giovedì 26 settembre a domenica 29 – giuristi, intellettuali, magistrati. Ma non solo: tra l’inaugurazione affidata a Gustavo Zagrebelsky su “Democrazia, scena o messinscena?” alla chiusura in cui Luciano Canfora analizzerà “La democrazia alla prova dei sistemi di voto” si alterneranno voci diverse: dal priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi all’economista Stefano Zamagni, da Ilvo Diamanti a Piercamillo Davigo, da Remo Bodei a Gherardo Colombo. Naturalmente ci sarà anche Stefano Rodotà che della kermesse è il direttore scientifico. “Avrei preferito che la scelta del tema fosse un po’ meno lungimirante. Speravo che ci saremmo trovati in una situazione incerta ma non addirittura drammatica, come in effetti siamo”.

Professore, a cosa si riferisce quando dice “drammatica”?
Si sta mettendo in discussione il tessuto connettivo di un Paese democratico. Soprattutto nell’ultima fase, una serie di riferimenti fondativi del discorso democratico è saltata: abbiamo di fronte la messa in discussione del principio di eguaglianza davanti alla legge e un’inconcepibile contrapposizione tra consenso e legalità.

Il lavacro del consenso è diventato un argomento ricorrente nelle difese di Berlusconi.
E’ gravissimo, per due ragioni. Il primo articolo della Carta, secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”, viene amputato della sua seconda parte che dice “nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione”. Le “forme” e i “limiti” sono esattamente quello di cui in questo momento non si vuole tenere conto. La pretesa che il voto popolare diventi una legittimazione superiore a quella che deriva dalla legalità è diventata argomento ormai corrente nel dibattito e adoperato come prova regina, ma è una rottura radicale del sistema costituzionale. L’articolo 54 nel primo comma dice: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”. Nel secondo coma si aggiunge: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Qui si affermano due cose: c’è un dovere costituzionale di rispettare le leggi. E questa legalità cui sono soggetti tutti i cittadini, per coloro che esercitano funzioni pubbliche è integrata da altri parametri. Tutto questo non può essere cancellato dal consenso. Il fatto che questo punto venga ignorato è il segno di una più generale regressione culturale e civile.

Lei è anche uno dei promotori della manifestazione del 12 ottobre in difesa della Carta. E il Fatto ha raggiunto oltre 440mila firme: secondo lei la politica si fermerà di fronte al dissenso dell’opinione pubblica?
Rimuovere le ragioni dell’assoluta sordità della politica non è semplice. Però la legge bavaglio fu fermata perché ci fu un movimento: ricordiamo che alla Camera passò praticamente all’unanimità. Poi ci sono state le elezioni dei sindaci nella primavera del 2011, c’è tutto quello che Don Ciotti fa per la legalità, c’è Gino Strada che apre ambulatori in Italia per supplire alle carenze della sanità pubblica. Sono tutte iniziative vincenti, che hanno come riferimento la Costituzione.

Dicono: che c’entra Maurizio Landini?
Di fronte alle aggressioni ai diritti – il caso più clamoroso è quello della Fiat e dei comportamenti di Marchionne – la Fiom non si è limitata all’azione sindacale tradizionale. Ma la Fiom è riuscita a vedere riconosciute le proprie ragioni da tribunali, Corte di Cassazione e Consulta perché ha messo al centro della propria azione la legalità.

Si dice che vogliate fare un movimento o un partito.
Sarebbe un travisamento di quello che stiamo cercando di fare. Vorremmo formare una massa critica capace di incidere sull’azione politica. La Costituzione non è un pretesto, è il riferimento forte. E quindi  le procedure di revisione della Carta diventano un momento cruciale.

La Costituzione mette limiti che nessuno accetta più. Si vuole governare con il consenso, senza lacci e contrappesi: d’accordo?
Questa storia comincia prima di Berlusconi. Negli anni del craxismo si diceva: “Uno cento mille decreti legge; uno cento mille voti di fiducia”. Il potere non è più disposto ad accettare limiti e controlli: ciò che sta avvenendo è l’uscita dalla logica costituzionale. In passato è stato detto che la Carta è un ferro vecchio, una minestra riscaldata. Se si accusa, come accade ora, chi vuol difendere la Costituzione di “necrofilia” (Michele Ainis sul Corrierendr), vuol dire che la Costituzione è un cadavere. Tutto questo ha portato fuori dal Parlamento la riforma, che è intestata ad altri soggetti. Ed è grave che le Camere l’abbiano accettato, con l’argomento che bisogna far presto, avallando perfino la logica del pacchetto. Il degrado del discorso pubblico è impressionante.

@SilviaTruzzi1