“Gli italiani credo meritino di sapere esattamente come stanno le cose e non soltanto slogan di carattere propagandistico”. Con un tempismo perfetto Fabrizio Saccomanni rompe la tregua delle larghe intese e conferma in pubblico le dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera. “Gli impegni vanno rispettati, altrimenti non ci sto”, aveva detto il ministro dell’Economia, nel corso di un colloquio con il direttore del giornale, Ferruccio de Bortoli. Il tecnico di punta del governo Letta, in pratica, ha scelto il primo quotidiano nazionale per abbandonare i toni ottimistici delle scorse settimane e paventare il disastro. E lo ha fatto proprio alla vigilia del risultato elettorale tedesco decisivo per il futuro della politica comunitaria, nonché della riunione del Fondo Monetario Internazionale sul caso Italia e, in particolare, sull’esame della tenuta finanziaria del Paese.

Coincidenze che l’ex direttore generale di Bankitalia, per il suo alto standing internazionale e, soprattutto, per il suo stretto legame con il governatore della Bce, Mario Draghi, non poteva  certo ignorare mentre si sfogava con il quotidiano della Fiat, di Intesa Sanpaolo e di Mediobanca. Al quale ha riferito di aver detto con chiarezza sia al presidente del consiglio, Enrico Letta, sia al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che il tetto dei compromessi è stato raggiunto e che l’aumento dell’Iva dal 21 al 22% non appare più evitabile. Obiettivo, far rientrare di corsa il rapporto deficit/pil nei limiti del 3 per cento fissato con Bruxelles pena la riapertura della procedura d’infrazione. Altrimenti Saccomanni è pronto a dimettersi. “Ho una credibilità da difendere e non ho alcuna mira politica”, ha detto. La lettera, scrive il Corriere, “non l’ha ancora scrtita, ma è come se lo avesse già fatto”.

Il ministro stretto tra le pressioni di Pd, Pdl e Commissione Ue, alle richieste dei politici contrappone la necessità di trovare subito 1,6 miliardi. Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre. Se si agisce subito, ritiene Saccomanni, è sperabile che l’effetto sui tassi d’interesse sia positivo e si possa finire l’anno con un dato consuntivo sul deficit ben inferiore al “maledetto limite” del 3 per cento, grazie ad alcune operazioni già allo studio, come una serie di privatizzazioni e la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia oggi a bilancio degli istituti che ne detengono il capitale per “cifre irrisorie”. Affermazione, quest’ultima, che però vale soprattutto per Unicredit e Intesa, che sarebbero tra i maggiori beneficiari dell’operazione contabile. Assieme all’Erario per via della tassazione delle plusvalenze che verrebbero registrate dalle banche portando nelle casse dello Stato una somma stimabile in almeno 2 miliardi di euro. 

Solo così, è sempre il pensiero del ministro riferito da de Bortoli, “si potrebbe aprire una seria prospettiva per la riduzione delle tasse e rendere praticabile un sostegno alle imprese con l’alleggerimento del cosiddetto cuneo fiscale. Ma questo presuppone che non si vada a votare presto, altrimenti è tutto inutile. E oltre alle sanzioni del mercato, avremmo anche le multe dell’Unione Europea”. Anche l’ipotesi di differire l’aumento dell’Iva a fine anno, secondo Saccomanni, è poco praticabile. “Nemmeno se aumentassimo la benzina di 15 centesimi – è l’esempio che propone – riusciremmo a incassare l’equivalente”. E alle obiezioni di chi punta il dito contro i mancati tagli alla spesa pubblica, replica che il fondo del barile è stato grattato per far fronte a incentivi, cassa integrazione e pagamenti arretrati della pubblica amministrazione.

“Io non mi metto alla disperata ricerca di un miliardo se poi a febbraio si va a votare. Tutto inutile se una campagna elettorale è già iniziata”, è la conclusione del ragionamento di Saccomanni che punta il dito contro il dilagante populismo antieuropeo propagato da chi utilizza “la retorica dei sacrifici chiesti dall’Europa”, senza mai dire che il rispetto degli impegni è scritto in leggi e decreti votati dal Parlamento e il pareggio di bilancio è addirittura una norma costituzionale. “Avanti così e ci siederemo al tavolo a Bruxelles con poche possibilità di strappare condizioni più favorevoli”, sintetizza il Corriere.

“Il ministro fa il suo dovere, ma credo sia arrivato il momento per fare un dibattito sereno e pacato sui conti dello Stato“, ha poi detto Saccomanni davanti al pubblico del raduno nazionale dell’Anfi a Chianciano Terme. mentre da Palazzo Chigi arrivava un messaggio di vicinanza e piena sintonia da parte del presidente del Consiglio Enrico Letta, che si è detto convinto dell’esistenza di margini per individuare una soluzione alle questioni poste. Tuttavia, il presidente il premier si aspetta che vengano meno le pressioni da parte di forze della maggioranza e ha detto basta agli aut aut dei partiti al governo.

“Mi risulta che il ministro Saccomanni come altri di noi è molto preoccupato rispetto alla situazione della finanza pubblica italiana e alla demagogia che segna una parte della maggioranza”, ha invece commentato il viceministro dell’Economia Stefano Fassina in un’intervista a SkyTg24. ”Purtroppo siamo in una situazione difficile, la coperta è cortissima”, ha aggiunto, ricordando che servono 1 miliardo per evitare l’aumento dell’Iva, 2,4 miliardi per la seconda rata dell’Imu, 1,6-1,7 miliardi per tornare al 3% del deficit/Pil e poi ci sono le missioni internazionali, le risorse della cig in deroga. Per Fassina fa bene il ministro Saccomanni a “richiamare tutti al senso di realtà. Se si andasse a votare a marzo rischiamo molto molto seriamente di tornare al clima drammatico di novembre 2011, bruciamo i sacrifici fatti in questi anni e rischiamo il commissariamento della troika“, ha chiosato sostenendo che “chi auspica elezioni non è consapevole delle conseguenze”.