Bankitalia apre il cantiere della rivoluzione nel proprio azionariato. In attesa di un passo netto del legislatore, Palazzo Koch ha infatti nomitato un comitato di esperti per una valutazione delle proprie quote azionarie che attualmente sono per lo più in mano alle stesse banche italiane. Una questione non da poco che intreccia le evoluzioni comunitarie della vigilanza bancaria con l’impatto che i nuovi vincoli patrimoniali imposti da Basilea 3 avranno sugli stessi istituti della Penisola, in buona parte a caccia di capitali freschi. E, quindi, senz’altro desiderosi se non di una soddisfacente liquidazione della propria quota nella Banca Centrale, quanto meno di una valutazione che contribuisca a migliorare il loro stato patrimoniale. Diminuendo così la necessità di andare sul mercato in cerca di denaro.

In base al prezzo che entro un mese uscirà dalle analisi del collegio, quindi, potrebbero cambiare molte cose per i conti e soprattutto lo stato patrimoniale delle banche italiane che ora valutano le rispettive partecipazioni in Bankitalia con i metodi (e i risultati) più disparati. Al punto che nei bilanci degli istituti si va dai 2.765 euro per quota di Banca Marche ai 73.763 euro di Carige che significa una valutazione complessiva di Via Nazionale oscillante tra 800 milioni e 22 miliardi di euro. E così, a seconda del verdetto, qualcuno potrebbe addirittura guadagnarci, qualcun’altro potrebbe perderci parecchio.

L’AZZARDO PRUDENTE DI CARIGE. Per esempio Carige, già alle prese con uno scandalo con pochi precedenti e la necessità di una ricapitalizzazione, da almeno 800 milioni di euro imposta da Via Nazionale valuta l’intera partecipazione (il 4,03%) 892,2 milioni di euro. “Tale valore deriva dalla valutazione al fair value (prezzo di mercato o comunque valore equo, ndr) effettuata sulla base dei dati di bilancio della Banca d’Italia al 31/12/2011 (ultimo bilancio approvato)”, si legge nel bilancio della banca genovese che quanto meno ha provveduto a sterilizzare gli effetti della valutazione con “una riserva di valutazione dello stesso importo”.

Ma c’è una postilla. “Al riguardo si evidenzia che tale valutazione ha riscontri oggettivi in passate eque transazioni nel settore bancario italiano, quali cessione di quote tra soggetti statutariamente abilitati alla loro detenzione per le quali la valutazione delle quote di partecipazione compravendute nella Banca d’Italia venne ricondotta a valori pari alla frazione del patrimonio netto. Inoltre una similare operazione, che ha riguardato l’acquisizione da parte di Stato comunitario della proprietà di altra banca centrale, è avvenuta sulla base di valori superiori al patrimonio netto della Banca in esame”, si legge ancora nel documento.

Non solo. “Accanto alle suddette ragioni di metodo valutativo si pongono, su un piano differente ma fondamentale, le esigenze da parte degli organi aziendali – Consiglio d’Amministrazione e Collegio Sindacale – di non trascurare alcuna possibilità volta alla tutela degli interessi degli azionisti per effetto di modifiche, disposte normativamente (discendenti dall’attuazione della legge L. 262/2005 – Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari), degli assetti proprietari della Banca d’Italia con i relativi effetti sui diritti patrimoniali degli attuali partecipanti al capitale della stessa. Tutela che le Banche del Gruppo intendono perseguire nelle sedi meglio viste”.

Del tutto opposta la valutazione di Banca Marche che non naviga certo in acque migliori di Carige. L’istituto marchigiano completamente a secco di capitali e che nelle scorse settimane è stato comissariato da Via Nazionale ha inserito la partecipazione in Banca d’Italia tra i titoli di capitale “che non hanno un prezzo di mercato quotato in un mercato attivo, sono valutati al costo o perché il loro valore contabile è particolarmente limitato o perché il fair value non può essere determinato attendibilmente“. In ogni caso la “banca non ha al momento intenzione di cedere tali strumenti finanziari”.

LE SCELTE E LE PROSPETTIVE DI FONSAI E MPS. E’ di parere diametralmente opposto la Fondiaria Sai che fu dei Ligresti alle prese da oltre un anno con la fusione con la Unipol delle coop. La compagnia, infatti, ha in pancia la partecipazione in Bankitalia a 34.500 euro per quota per un totale di 138 milioni di euro che valorizzerebbero il 100% delle quote in 10,35 miliardi di euro. La valutazione, si legge nel bilancio 2012 di FonSai, è stata “effettuata con metodologie comunemente applicate dagli analisti finanziari e ha determinato il fair value della partecipazione in circa € mil. 138”. Cioè in crescita del 15% rispetto alla stima di 120 milioni di euro di fine 2011. 

Prudenza, invece, al Monte dei Paschi di Siena che valuta ogni singola quota 57.600 euro per totale di 403 milioni di euro, ma non considera la partecipazione nel capitale della Banca d’italia “ai fini della quantificazione del patrimonio e quindi la relativa plusvalenza derivante dalla valutazione al fair value non è computata nell’ambito delle riserve degli strumenti disponibili per la vendita”.Quindi, come per Genova, l’eventuale effetto di una valutazione ufficiale inferiore alle stime ci sarebbe solo sul conto economico e non sul patrimonio dei due disastrati istituti che al momento hanno in pancia la quota a un prezzo alto, ma con effetti neutri.

LAUTI E CERTI GUADAGNI PER INTESA E UNICREDIT. In pole per lauti e certi guadagni su tutti i fronti, invece, oltre a Banca Marche ci sono Intesa SanPaolo e Unicredit che hanno tenuto la partecipazione al valore di costo rispettivamente di 5.843 e 4.303 euro per singola quota che corrispondono a una partecipazione da oltre 620 milioni per la banca di Bazoli e Cucchiani e una da 285 milioni per quella di Federico Ghizzoni, per una valorizzazione complessiva di Bankitalia compresa tra 1,3 e 1,75 miliardi di euro, destinata senza dubbio a venire superata da quella del collegio con conseguenti profitti da segnare prontamente in bilancio.

Insomma, sarà una bella gatta da pelare quella affidata da Visco a Franco Gallo, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, Lucas Papademos, ex vicepresidente della Bce ed ex premier greco e ad Andrea Sironi, rettore dell’Università Bocconi. Tanto più che in parallelo alla valutazione ci sono vari ordini di questioni.

LA NAZIONALIZZAZIONE DI BANKITALIA. Prima di tutto c’è quella interna della legge del 2005 (terzo governo Berlusconi, ministro del Tesoro Giulio Tremonti) che aveva stabilito il trasferimento allo Stato entro tre anni delle quote di Bankitalia in mano ai privati, ma a distanza di otto anni il regolamento attuativo non è mai stato approvato e la politica ha preferito sorvolare. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, lo scorso luglio aveva chiesto il superamento della “inammissibile” legge “che puntava a nazionalizzare l’azionariato della Banca d’Italia”. E che, se non fosse superata, comporterebbe il riacquisto delle quote da parte dello Stato per il quale sarebbe di ben poca consolazione l’incasso di 4 miliardi di imposte sulle plusvalenze che verrebbero pagate dalle banche se il comitato di Visco scegliesse la rivalutazione fino a 25 miliardi del capitale di Bankitalia proposta dal capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, che tiene conto di una stima di 22,6 miliardi delle riserve auree della Banca Centrale. Anche se il metodo è in netto contrasto con la linea del direttore generale della Banca Centrale, Salvatore Rossi.

E’ per un superamento della legge del 2005 anche il ministro dell’Economia ed ex direttore generale di Via Nazionale, Fabrizio Saccomanni, che quest’estate ha aperto a una riforma dell’assetto azionario della Banca Centrale da realizzare “di concerto” con la Bce. Obiettivo primario, estendere la platea dei partecipanti al capitale in modo di rendere la banca centrale una vera public company ad azionariato più diffuso rispetto all’assetto attuale, divenuto più concentrato a seguito delle fusioni e acquisizioni avvenute nel tempo fra gli istituti di credito azionisti.

LA POSIZIONE DELLA BCE E LE RISERVE AUREE. Linea analoga per la stessa Bce che chiude a qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione: nello statuto della Banca Centrale europea, che regola anche gli istituti nazionali, è infatti vietata qualunque forma di “finanziamento monetario” agli Stati. Un filone questo che si collega a un’ordine di questioni “esterne” come il futuro ruolo della Banca d’Italia e di tutte le altre banche centrali con la nascita della vigilanza unica sotto l’egida di Francoforte, un passaggio che avverrà previa la revisione degli attivi bancari europei per portare a galla eventuali buchi. Operazione che, nel caso italiano, si ricollega appunto con una chiara valutazione delle quote di Bankitalia in mano alle banche italiane.

Sullo sfondo del dossier, poi, ci sono gli appetiti sulle riserve auree di via Nazionale. Ma la posizione dell’istituto centrale italiano sul tema è sempre stata chiara. L’oro – è il ragionamento – è il presidio ultimo di fiducia verso l’Italia e verso l’Europa, che non può essere nella disponibilità di altri che l’Eurosistema.