Quanto costa diventare santi? È la domanda che ha spinto Papa Francesco a indagare sui conti delle cause di beatificazione e di canonizzazione. Ma il 31 agosto, data stabilita per ottenere delle risposte e dei numeri, sul tavolo del Pontefice non è arrivato nessun dossier. Ciò che aveva fatto insospettire Bergoglio, spingendolo ad aprire l’inchiesta interna, è stato l’esame dei bilanci relativi al fondo per le cosiddette “cause povere“. Sembra, infatti, che esso non sia stato più incrementato e che quindi non sia stata rispettata la norma che impone agli attori di ogni processo di beatificazione e di canonizzazione di versare un contributo per sostenere queste cause. Da qui, quindi, è scattata l’indagine che doveva consentire, entro la fine del mese scorso, di consegnare al Papa le entrate e le uscite di ciascuna causa di beatificazione e di canonizzazione. Ma, a oggi, le indagini non hanno ancora portato a nessun risultato e c’è chi mormora da tempo nei sacri palazzi che soltanto le congregazioni religiose più ricche possono permettersi di vedere il proprio fondatore elevato alla gloria degli altari. È proprio questo il sospetto che ha animato le verifiche chieste insistentemente dal Pontefice e che hanno trovato l’opposizione del cardinale Angelo Amato, prefetto della congregazione per le cause dei santi.

“Ogni causa di beatificazione fa storia a sé”, sottolinea il giornalista di Famiglia Cristiana Saverio Gaeta, precisando che le spese vive si aggirano complessivamente intorno ai 15mila euro. Questa cifra comprende i diritti della Santa Sede e i compensi dei medici, dei teologi e dei vescovi che studiano e giudicano le cause. A questa somma, però, bisogna aggiungere tutto ciò che riguarda le ricerche, l’elaborazione delle “positio”, il lavoro del postulatore e di altri esperti e ricercatori eventualmente coinvolti, la stampa dei volumi, gli allestimenti per la cerimonia. Ed è qui che il costo di una causa per la santità può lievitare in modo impressionante fino a raggiungere la cifra complessiva record di 750mila, come nel caso del processo che ha portato alla beatificazione, nel 2007, di Antonio Rosmini.

Nel mese di agosto Bergoglio ha dato mandato al cardinale Giuseppe Versaldi, presidente della prefettura degli affari economici della Santa Sede, di indagare sui conti Ior dei postulatori delle cause di beatificazione e di canonizzazione. Versaldi, che deve l’episcopato e la porpora al cardinale Tarcisio Bertone di cui è stato vicario generale a Vercelli, si è subito attivato per dimostrare al Papa la sua piena sintonia di vedute sulla politica della trasparenza finanziaria e sulle lotte al riciclaggio e alla corruzione.

Sotto il regno di Giovanni Paolo II la “fabbrica dei santi” ha sfornato 1338 beati in 147 riti di beatificazione e 482 santi in 51 celebrazioni. Cifre impressionanti soprattutto perché superano quelle dei beati e dei santi proclamati dalla Chiesa dalla sua fondazione fino all’avvento di Karol Wojtyla sul trono di Pietro. Con il Papa polacco, però, molte di queste cause hanno avuto un buon esito proprio grazie a quel fondo per le “cause povere” che oggi sembra scomparso.

Il presidente della “Corte dei conti” vaticana, Versaldi, non ha trovato nessuna disponibilità nell’altro fedelissimo di Bertone, il cardinale Angelo Amato, prefetto della congregazione della cause dei santi. Il porporato salesiano, infatti, ha spiegato che il suo dicastero è completamente estraneo all’amministrazione economica dei postulatori delle cause. Versaldi ha girato subito la risposta a Joseph F. X. Zahra, presidente della pontificia commissione referente sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede istituita da Bergoglio il 18 luglio, della quale fa parte anche la giovane pr Francesca Immacolata Chaouqui, nell’occhio del ciclone per alcuni suoi tweet a dir poco imbarazzanti contro Bertone e Tremonti. Zahra ha ribattuto con fermezza ad Amato che i postulatori, amministrando i fondi delle cause, hanno il dovere di tenere una contabilità regolarmente aggiornata su capitali, valori, interessi e denaro in cassa di ogni singola causa e hanno il dovere di avere un registro delle entrate e delle uscite. Di qui la richiesta di disporre il blocco temporaneo dei conti Ior dei postulatori delle cause. Amato ha girato subito le indicazioni ai diretti interessanti, ovvero ai postulatori, con la richiesta di fornire la documentazione relativa alla contabilità delle singole cause.

Al momento le indagini proseguono, ma il cardinale Amato, che lo scorso 8 giugno ha compiuto 75 anni, l’età canonica delle dimissioni, è deciso a lasciare senza ulteriori proroghe, amareggiato dalle verifiche economiche che hanno colpito il suo dicastero proprio al termine del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Sbaglia chi crede che Amato sia un pupillo di Joseph Ratzinger di cui è stato il numero due alla congregazione per la dottrina della fede dalla fine del 2002 fino all’elezione al pontificato nell’aprile 2005. A segnalare al futuro Papa tedesco Amato, infatti, fu proprio Bertone che gli fece affidare il suo incarico all’ex Sant’Uffizio poiché era riuscito a farsi nominare dal Papa polacco alla guida dell’arcidiocesi di Genova in tempo per poter ricevere la porpora prima della morte di Wojtyla e così entrare in conclave. E con molta probabilità sarà proprio Amato il primo a seguire Bertone sulla strada della pensione.