Ieri lo insultavano, oggi lo votano. Ieri “non collegava lingua e cervello”, oggi è “un grande leader politico”. Una nuova corrente agita il Pd. Se ne ha notizia dai giornali, dalle feste di partito e anche dal quartier generale, dove i dirigenti sono in rivolta perché il giubbetto alla Fonzie, con questo caldo, non lo vogliono portare. Ma sono già minoranza nel Partito Democratico perché gli esponenti di punta hanno già perfezionato l’arte della scissione, dividendosi perfino da se stessi. Ora che il ciclone Matteo Renzi riempie i cieli congressuali del Pd e il governo Letta scricchiola, non si contano le conversioni e i riposizionamenti di quelli che fino a ieri lo coprivano di critiche, insulti e veleno. Con una serie di capriole, vuoti di memoria e audaci distinguo i folgorati sulla via di Firenze si rimangiano in un baleno l’acido versato per anni. 

Come Dario Franceschini, l’ultimo ad aver mollato Letta nipote, che l’ha pure fatto ministro, per sostenere l’unico vero candidato a soffiargli la poltrona. Quoque tu, Dario. Sì, anche Franceschini ha fatto il suo endorsement per Renzi. E dopo avergliene dette di tutti i colori va a sedere oggi sulla panchina dei tanti big che fino a ieri lo additavano come il nemico interno al partito e ora, senza imbarazzo, lo indicano invece come il sol dell’avvenire. Da D’Alema a Fioroni e fino a Vendola, ecco una carrellata (non esaustiva) di salti mortali per salire sul carro del vincitore.

FRANCESCHINI, RENZI DA “VIRUS PER IL PD” A “GRANDE RISORSA”
Da tempo Dario Franceschini non era più lo stesso, ma a parte la barba pochi se n’erano accorti. Un anno fa, per dire, era in prima linea a frenare le ambizioni del sindaco. Le primarie erano lontane, Renzi già scalpitava. Ma Franceschini non aveva dubbi: Bersani era “il nostro Hollande” mentre Renzi soltanto un “giovane effervescente con delle qualità che si candida a guidare l’Italia solo sulla base di un dato anagrafico di giovinezza, mi pare un po’ pochino” (12 maggio 2012). Peggio, Matteo incarnava agli occhi del futuro ministro “quel virus che ci ha indebolito dall’Ulivo in poi”. Accidenti, che bordata.

Alla vigilia delle primarie gli attacchi si fanno più pesanti e frequenti: “Non ha senso della misura”, dice a Torino il Dario furioso, dopo aver letto sui giornali la promessa del sindaco al popolo delle primarie di non fare alleanze alle prossime elezioni. Franceschini ricorda poi che le primarie si fanno per trovare un leader che sostituisca Monti e allora “Bersani ha tutte le competenze per farlo, con Renzi non so cosa accadrebbe” (10 novembre 2012). Stop. La cronaca politica racconta poi che Bersani, l’Hollande italiano, si rottamerà da solo non vincendo le elezioni e cadrà sotto i colpi dei 101 franchi tiratori che hanno affossato Prodi.

Il partito deve trovare un nuovo leader. Certo, c’è sempre Letta nipote, ma in caso d’elezioni gli resterà incollato quel governo delle larghe intese col pregiudicato di Arcore che per alcuni militanti del Pd resta un’unione contro natura. Ed ecco che Renzi, impreparato e sbruffone fino a ieri, diventa improvvisamente “una risorsa”. La sindrome auto-scissionista procede per gradi. Prima Renzi metteva a rischio il partito, ora è il partito che non deve mettere a rischio Renzi:  “E’ un errore logorare il sindaco” (4 luglio 2013) raccomanda Franceschini ad Epifani. Alla festa democratica di Genova la conversione è pronta e Franceschini, come un miracolato cui il balsamo fiorentino ha restituito la vista, annuncia “Sono pronto a votare per Renzi”(2 settembre 2013). Perché “quando in squadra ci sono talenti, vanno utilizzati”. E dunque prende posto sulla panchina che ora tifa Renzi, in compagnia di D’Alema, Fassino e Veltroni. 

D’ALEMA, “INQUIETANTE FRAGILITA”.  ANZI, NO  “E’ UN GRANDE LEADER POLITICO”
Di Renzi è sempre stato il nemico Massimo,  oggi ne è un mezzo supporter. Tanto da dirsi pronto a votarlo come candidato premier. Purché – mette a verbale il gran tessitore di destini democratici – Renzi lasci stare la ditta, cioé il partito, ad altri e possibilmente a quello che indica lui, il candidato segretario Gianni Cuperlo. Ma non c’è imbarazzo per il repentino ripensamento. Se l’endorsement lo fa lui non è opportunismo, è tattica. Diversamente dai legionari voltagabbana che “corrono in soccorso del vincitore”, come ha sentenziato alla Festa Democratica di Genova. “Non ce l’ho con Renzi. Ce l’ho con alcuni suoi sostenitori. Perché si può perdere anche un congresso, ma non si può perdere la dignità”.

Fatto sta che anche D’Alema sembra non ricordarsi più di se stesso, dei tempi in cui sparava ad alzo zero contro Renzi. Eppure sono durati fino a ieri, e che cannonate: quando definiva il suo progetto politico “di una inquietante fragilità” (9 novembre 2011) e lui, personalmente, nell’ordine era “uno che vuole sfasciare tutto” (19 ottobre 2012), che “vende la stessa merce di Grillo” (17 ottobre 2012), che “appartiene alla nomenklatura fin da piccolo” e “se vince allora non c’è più il centro sinistra” (24 settembre 2012). Neppure da rottamato aveva deposto le armi. Alla vigilia delle primarie, per dire, era arrivato a ventilare una richiesta di deroga al partito per potersi candidare contro il sindaco, in caso la spuntasse su Bersani. Altri tempi. Oggi i nomi spendibili del Pd sono figurine sciolte al sole delle larghe intese. E fatalmente il nemico Massimo si è fatto amico: Letta non ha futuro, vinciamo con Renzi” (23 agosto 2013).

Così Renzi, l’inconsistente per sua definizione, è diventato di colpo “un ottimo candidato premier, l’unico a coalizzare le speranze del centrosinistra” (18 luglio 2013), di più è ormai “un grande leader politico” (11 giugno 2013). Quanta strada ha fatto quel Renzi. Tre anni fa era ancora quello che “Nel tempo libero lancia delle idee” (11 ottobre 2010), due anni fa uno che ancora “non sembra in grado di guidare il Paese” (3 settembre 2012). Oggi Renzi è “un grande leader politico”. Meno sorprendente l’endorsement renziano dell’altro celebre rottamato, Walter Veltroni. Ma a dar man forte alle conversioni, sorpresa, ci pensa Nichi Vendola.  

VENDOLA NARRA LA PASSIONE PER RENZI, DA SABOTATORE A PREZIOSO ALLEATO
Anche fuori dal Pd è cambiato il vento. Nichi Vendola, ad esempio, nella competizione per le primarie non ha risparmiato nulla al sindaco: in successione era “un giovanotto sull’orlo di una crisi di nervi”, “idrolitina nell’acqua sporca”, “uno che piace ai giornali della famiglia Berlusconi”, “che non non ha molto da dire oltre la rottamazione”, “rivoluzionario dei poteri forti”, “conservatore allergico alle regole come Berlusconi (…) uno che prende i voti da Santanché e Lele Mora”. E via dicendo. Quanta ostilità tutta insieme. Al fondo non c’era solo la competizione per la leadership del centrosinistra, per la quale il presidente della Puglia non è mai stato davvero in partita. Piuttosto l’annosa e delicata questione delle alleanze del centrosinistra, che il sindaco aveva promesso di far saltare in caso di vittoria alle primarie (“Se vinco niente alleanze con Casini o Vendola”, 8 novembre 2011).

Ma la questione si ripropone oggi e le circostanze impongono a Vendola di venire a patti col puledro che un Pd a pezzi e a corto d’eroi sta trasformando in un cavallo di razza da lanciare nella corsa elettorale sempre più imminente. E allora meglio cambiar tono, che non si sa mai, al limite ritrattare. In estate il presidente della Puglia parte con la riabilitazione e confessa: “Parlo molto con Matteo, il più critico verso questo governo”. Ospite della festa nazionale del Pd a Genova, il governatore pugliese sembra aver definitivamente archiviato i vecchi toni.

Anzi, al Fattoquotidiano nega di averlo mai definito “subalterno a tutti i poteri forti”, come effettivamente disse ai giornalisti il 29 novembre 2012 fuori dall’aula di Montecitorio. Quando il cronista gli cita un’altra delle sue lapidarie sentenze (“Renzi non ha bisogno di allearsi con Casini perché Renzi è Casini”) lui non nega, ma si smarca: “A me interessa la prospettiva di schiodare il governo Letta. E Renzi ha un interesse oggettivo a farlo. È un nemico delle larghe intese”. “Traditore”, grida qualcuno più tardi, mentre Vendola parla dello stesso fiorentino che un tempo definiva “essenzialmente di destra”. Lui non si scompone, e continua: “Matteo è un politico puro, e una persona intelligente. Vedo che sta ragionando sul suo vocabolario e sul suo programma” . Del resto già a febbraio, Renzi il destrorso era diventato un “prezioso alleato e protagonista della sinistra”.

FIORONI, “NON COLLEGA IL CERVELLO”. MA OGGI E’ PRONTO A VOTARLO
Fino a pochi mesi fa era solo uno che “deve collegare lingua e cervello”. Così sbottava ancora a metà aprile Beppe Fioroni contro Matteo Renzi, reo di aver attaccato Marini e la Finocchiaro sulle scelte del Pd in merito alla presidenza della Repubblica. Fioroni non ha risparmiato niente a Matteo, mai. Alla notizia della sua candidatura alle primarie, ad esempio, era sbottato con un poco gentile: “Renzi? Faccia il sindaco e sistemi il traffico”. Da allora i due si sono sempre punzecchiati. Ma ecco che tramontato Bersani si avvicinano congresso ed urne e Renzi, miracolo, non è più un Giamburrasca.

Fioroni lo spiega pure, per chi non avesse capito che il posizionamento è tutto quesitone di numeri e calcoli: “In un congresso in cui c’e’ un candidato che rappresenta l’80% e 5, 6 o 7 candidati che faticano tutti insieme a dividersi il 20% , io prendo atto che c’e’ un solo candidato”, ha detto settimana scorsa a Radio Radicale l’esponente del Pd. Quindi lui voterà Renzi, ma non turandosi il naso perché nel frattempo lo avrà completamente riabilitato: “Conosco Matteo da quando era segretario della Margherita e presidente della provincia, lo ritenevo un giovane di grande valore già allora, e i fatti mi hanno dato ragione”. Ecco un altro sintonizzato al volo sulle radiofrequenze di Renzi. La coerenza non è necessaria, basta girare il disco e la musica continua per tutti.