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Svolta di Meloni su Trump e Israele: una mossa né etica né politica, ma demoscopica

Non è la prima volta che il diritto internazionale viene trattato come una variabile. Lo si invoca quando serve, lo si ridimensiona quando diventa scomodo, lo si mette tra parentesi quando rischia di intralciare la linea politica
Svolta di Meloni su Trump e Israele: una mossa né etica né politica, ma demoscopica
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di Angelo Palazzolo

In due giorni Giorgia Meloni si è ripresa la scena internazionale. Prima la condanna di Donald Trump per l’attacco al Papa, poi la sospensione del rinnovo dell’accordo militare con Israele. Applausi? Forse. Ma prima vale la pena guardare più da vicino entrambe le vicende.

Partiamo da Israele. L’accordo militare non è stato sospeso quando avrebbe dovuto, cioè quando, dopo il 7 ottobre 2023, l’intento genocidario del governo di Benjamin Netanyahu si era già palesato in tutto il suo orrore. Finché a morire erano i palestinesi — decine di migliaia — per il governo italiano non c’era nulla da condannare. L’assenza di qualsiasi pressione reale ha consentito all’esecutivo israeliano di spingersi oltre anche con il nostro Paese: i bombardamenti sui luoghi di culto cristiani, l’umiliazione di due carabinieri, le continue restrizioni alle autorità religiose, fino al divieto per il cardinale Pizzaballa e padre Ielpo di accedere alla Chiesa del Santo Sepolcro per la Domenica delle Palme. Infine il paradosso: i militari italiani impegnati in Libano nella missione Unifil sotto il fuoco dell’Idf, con il sospetto — tutt’altro che remoto — che contro di loro fossero sparati proiettili “made in Italy”!

Questi fatti hanno costretto il governo a cambiare linea. Non i fatti in sé, sia chiaro, ma l’indignazione popolare che ne è derivata e il conseguente deterioramento del consenso verso chi, fino a quel momento, aveva sostenuto il governo israeliano. Milioni di italiani, finora tiepidi sulla questione palestinese, hanno – finalmente anche loro – iniziato a prendere le distanze dallo Stato di Israele, costringendo il governo a fare ciò che fino a quel momento aveva evitato.

Del resto, non è la prima volta che il diritto internazionale viene trattato come una variabile. Lo si invoca quando serve, lo si ridimensiona quando diventa scomodo, lo si mette tra parentesi quando rischia di intralciare la linea politica. A volte una frase — “vale fino a un certo punto” — chiarisce più di molte dichiarazioni ufficiali.

Poi c’è Donald Trump. Finché attaccava capi di governo europei o evocava scenari apocalittici di una violenza inaudita per i suoi nemici, nessuna reazione. Silenzio. Poi arriva l’attacco al Papa. E dopo dodici ore di riflessione, arriva anche la condanna di Meloni. Un tempismo singolare: non immediato, ma nemmeno troppo tardivo. Il tempo necessario, verrebbe da pensare, per capire quanto quel messaggio fosse stato percepito come grave dall’opinione pubblica italiana.

Ancora una volta, la bussola non è stata né etica né politica, ma demoscopica. L’applauso convinto spetta a chi prende posizione quando è giusto farlo, non quando diventa inevitabile o conveniente. A chi invece calibra parole e decisioni sul consenso elettorale si può concedere, al massimo, una pacca sulle spalle.

Certo, esiste sempre un’alternativa peggiore: non la convenienza politica, ma quella personale. L’asservimento ai più forti può garantire ritorni individuali — incarichi, visibilità, posizioni — anche a costo di compromettere la propria credibilità politica. Fortunatamente non sembra essere il caso di Meloni.

Un consiglio non richiesto, però, a chi ambisce a continuare a governare questo Paese vale la pena darlo. Dal 2027 scatterà lo stop alle importazioni energetiche dalla Russia. Secondo il Censis (dicembre 2024), il 66,3% degli italiani attribuisce all’Occidente la responsabilità del conflitto in Ucraina. Forse ignorare questo dato — e continuare a colpire imprese e famiglie italiane pur di mantenere una “stupida coerenza” (per dirla con Ralfo Waldo Emerson) — non è la scelta più lungimirante.

Sempre da quella indagine del Censis (passata sottotraccia) risultava anche che appena il 31,6% degli italiani si dice favorevole all’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil; Meloni ha sottoscritto il 5%. Ignorare questi numeri è possibile. Ma significa scegliere di muoversi in direzione opposta rispetto al Paese reale. E questo, prima nei sondaggi e poi nelle urne, si paga.

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