Ipotesi primarie centrosinistra: Salis resta prudente, ma la vera incognita è un’altra
Quale è la personalità più affidabile e degna di fiducia nel composito campo progressista, perimetro a geometria variabile e tuttora indefinito? Insomma, chi ha più chance di battere Giorgia Meloni alle prossime politiche? Elly Schlein? Giuseppe Conte? O il jolly estratto dal mazzo al momento giusto?
Un nome volteggia nell’aria e ha appena ricevuto l’autorevole endorsement del portale americano Bloomberg: Silvia Salis, sindaca di Genova, 40 anni. Bloomberg le ha dedicato una lunga intervista nella quale la indica come il personaggio giusto per sloggiare Giorgia Meloni da palazzo Chigi. A precisa domanda, Salis non si è tirata indietro: “Di fronte ad una richiesta unitaria non posso dire che non la prenderei neanche in considerazione, sarebbe una bugia. Ne sarei lusingata”.
Contraria alle primarie che ritiene divisive per la coalizione, Salis poche ore dopo il colloquio con Bloomberg ha fatto una precisazione non marginale: “Sono la sindaca di Genova e sono stata eletta dai genovesi per occuparmi della città per almeno cinque anni. Non ho intenzione di venir meno al mio mandato”. Prudenza necessaria di fronte al vespaio di polemiche istantaneamente scoppiate ai piani alti dei partiti, segnatamente il Pd, e soprattutto nella base del partito.
Il sospetto è che l’ombra di Matteo Renzi si allunghi sulla candidatura di Salis. I due sono amici di vecchia data e l’ex rottamatore sta sgomitando per ritrovare spazio e agibilità politica all’interno del campo progressista. Salis potrebbe essere la sua carta vincente. Indubbiamente la sindaca di Genova è un volto nuovo nel polveroso palcoscenico politico nazionale. Ex atleta olimpica, già vicepresidente vicaria del Coni, Salis ha disintegrato la destra genovese del duo Bucci-Piciocchi, riportando il centrosinistra al governo della città dopo otto anni.
Piace a Matteo Renzi, non dispiace a una consistente parte del Pd (la folta pattuglia dei riformisti che avevano votato Sì al referendum) tutt’altro che entusiasta della candidatura di Schlein. Potrebbe mettere d’accordo le varie anime del partito ed evitare uno showdown pernicioso.
La legge elettorale vigente non impone di indicare il nome del candidato premier. La destra ovviamente lo farà e sarà di nuovo Giorgia Meloni. Nel campo opposto si starebbe valutando l’exit strategy per evitare lo scontro fratricida. Definito il perimetro del programma e stabilito chi ci sta (vincolando i leader di partito alla fedeltà verso l’alleanza di governo) il premier sarebbe scelto in base ai risultati ottenuti dai partiti. Un sogno? Probabile.
Questa ipotesi dispiacerebbe a Giuseppe Conte, i sondaggi lo premiamo come leader ma lo puniscono a livello di partito, indicando in 9/10 punti il distacco percentuale a favore del Pd sul M5S. Schlein ha in serbo una carta: eliminare dalle liste elettorali bloccate i “riformisti” che le fanno la fronda.
La resa dei conti con Delrio, Guerini, Sensi, Quartapelle, Malpezzi, Fassino è rinviata ma arriverà. Al suo fianco la segretaria avrà tra gli altri Stefano Bonaccini, sfiduciato dai riformisti e confluito nella maggioranza che la sostiene. Dovrà guardarsi dal Correntone di Montepulciano (Franceschini, Orlando e Speranza) che, scrivono Marra e De Carolis sul Fatto Quotidiano: “nata ufficialmente per puntellarla, ambisce a condizionarla”.
In questo quadro fluido Giorgia Meloni potrebbe riproporre e spingere avanti alle Camere il testo della legge elettorale annunciata prima del referendum: un proporzionale con maxipremio di maggioranza alla lista o alla coalizione che abbia raggiunto la maggioranza dei voti e almeno il 40% dei consensi: 70 seggi alla Camera, 35 al Senato. Difficile però bruciare i tempi parlamentari e licenziare la nuova legge entro la fine del 2026 come vorrebbe Meloni, in caso l’opposizione è già pronta a salire sulle barricate.
Non è scontato che il nuovo meccanismo favorisca la destra. Gli ultimi sondaggi danno i due schieramenti in sostanziale parità, con le incognite Vannacci e Calenda, entrambi ondeggianti attorno al 3% nei sondaggi. I 5 milioni di voti in libera uscita convenuti sul No al referendum sono la vera variabile incognita. Comprendono elettori di destra ostili all’attacco del governo contro la magistratura e moltissimi giovani, accorsi alle urne.
Sono loro che possono decidere la sfida. E’ falso che non si interessino alla politica, semmai è la politica, ovvero i partiti, che non sa parlare alle giovani generazioni. In palio i milioni di elettori fra i 18 e i 34 anni accorsi alle urne del referendum. Chi li convince vince.