Trump ‘licenzia’ Meloni: l’ennesima prova del fallimento del sovranismo
di Serena Poli
La sovranista che voleva dare il Nobel per la Pace a Donald Trump è stata licenziata dal capo. Il Presidente degli Stati Uniti la liquida come una mezza cartuccia senza coraggio dalle colonne del Corriere della Sera. Un brusco risveglio per Meloni che, dagli stand del Vinitaly, tenta di celare quel sapore amaro commentando il suo ‘licenziamento’ con la nonchalance di chi parla di tannini e retrogusti legnosi.
Anche sul fronte degli accordi con lo stato di Israele, Meloni ritratta le dichiarazioni da lei stessa fatte poche ore prima, quando ne sosteneva l’inevitabilità. Che succede a Giorgia Meloni?
La sua è una triste parabola che ha inizio con un silenzio ostinato, lungo mesi, sulle centinaia di migliaia di civili palestinesi uccisi, feriti e deportati. Mentre scuole, ospedali e persino tendopoli venivano polverizzate, la “madre cristiana” non vedeva, non parlava, non disturbava, anzi forniva appoggio praticamente incondizionato, ad eccezione di qualche sparuta tiratina d’orecchie quando veniva compiuta un’azione particolarmente efferata sulla quale persino da parte sua sarebbe stato indecente tacere. Silenzio su Gaza, silenzio sul Libano, silenzio sull’Iran. Poi, d’improvviso, la giravolta: il mancato rinnovo degli accordi.
In merito alla sudditanza nei confronti di Trump, il nostro Presidente del Consiglio non ha fatto una piega di fronte alla barbarie dell’Ice, non una parola sui dazi, appoggio totale sul Venezuela, “non condanno né condivido” sull’Iran, nemmeno quando Trump minacciava “li rispediremo all’età della pietra”, oppure “un’intera civiltà morirà stanotte”.
Mentre l’escalation iniziava a mandare in rovina l’economia nazionale, Meloni è rimasta intrappolata tra il sovrano statunitense e l’alleato israeliano che, oltre a bombardare l’Iran, iniziava a replicare in Libano quanto fatto a Gaza. Eppure non è stato il massacro degli innocenti a farla ricredere: ci voleva l’attacco verbale al Papa, quello è stato il confine invalicabile.
La presa di posizione sulle parole di Trump e il mancato rinnovo dell’accordo con Israele sono giravolte che vengono oggi vendute come un ‘atto di forza e indipendenza’, mentre è evidente che si tratta di una manovra di emergenza di chi ha capito che il costo elettorale di questa complicità è diventato insostenibile. Il No al referendum e la caduta di Orban in Ungheria sono stati i rintocchi finali: rimasta senza un partner ideologico in Europa e con una sconfitta elettorale in casa, la premier cerca di smarcarsi.
Ma sono sempre il tempismo e la sostanza delle sue scelte a tradirla: come per le purghe arrivate dopo il referendum, è tardi per cercare di mostrarsi risoluta e, soprattutto, è oltremodo ridicolo avvertire l’urgenza di farlo per un attacco verbale al Pontefice dopo aver avallato più di uno sterminio senza batter ciglio. È partita con “Dio, Patria e Famiglia” e ha finito con “Dio, Trump e Famiglia”, sacrificando la sovranità della patria al sultano di turno.
Ed eccoci dunque all’epilogo di questa triste parabola: si palesa così il fallimento del sovranismo, di cui avevo scritto in precedenza. Con un benservito pubblico arrivato da Washington, Giorgia Meloni impara a proprie spese la regola aurea del cinismo internazionale: se non sei seduto al tavolo, allora sei nel menu. Per anni la premier ha creduto di avere un posto d’onore tra i grandi; oggi scopre che il suo nome non era scritto sul segnaposto, bensì sulla lista delle portate. Non c’è alcuna autorevolezza nell’indignazione per il Papa dopo aver avallato massacri di bambini e civili innocenti. Resta l’immagine di un governo che ha barattato la dignità del paese per un’illusione di potenza, ritrovandosi oggi isolato e screditato dall’idolo sul quale aveva puntato tutto.