La chiamano “disobbedienza civile”. Ma per molti non sono altro che “okupas”: uomini e donne che vivono della carità delle mense sociali e hanno un enorme debito da saldare con la banca, che ha loro sequestrato la casa. E che adesso cominciano ad occupare gli edifici vuoti.

La Charcha, ad esempio, è uno di questi: si trova nel quartiere popolare Carabanchel di Madrid ed è di proprietà del Banco popular. L’edificio, vuoto da quando è stato costruito (circa due anni fa), è stato occupato da 40 persone, tra bambini, coppie e attivisti. Gli inquilini hanno messo su un orto e, anche se alcuni lavorano, la maggior parte vive di donazioni e “ricicla” il cibo, cercando nei bidoni della spazzatura o andando a procurare la merce in scadenza nei grandi magazzini.

In Spagna di edifici così se ne contano già 14. Oltre 600 le persone che, grazie alla “Pah”, la piattaforma per le vittime degli sfratti, hanno riavuto un tetto sotto la testa.

Ma occupare un edificio non è certo cosa semplice. Adesso però è tutto scritto, nero su bianco, sulla nuova guida pratica chiamata “Obra social” che l’associazione ha reso pubblica. “I motivi sono semplici: ci rubano la casa e ci condannano a pagarla lo stesso”, spiegano gli attivisti che vogliono legalizzare le occupazioni delle abitazioni rimaste vuote per sfratto. 

L’obiettivo è che, una volta preso l’edificio, i nuovi inquilini, sprovvisti di chiavi, riescano a “negoziare un affitto sociale in base al reddito” con l’entità finanziaria di turno. Insomma un processo di “recupero” delle case dal basso.

Guida alla mano, le 25 pagine spiegano, passo dopo passo, come prendere possesso di un edificio, consigliando, ad esempio, in primis la scelta stessa dello stabile: che sia vuoto da almeno un anno, che sia di proprietà di una banca che rischiava di affondare e che è stata salvata coi soldi dell’Ue. Poi al vaglio c’è anche il luogo da non sottovalutare: “L’appoggio del vicinato sarà diverso nei quartieri popolari che in quelli residenziali o in centro”. Nel documento la piattaforma spiega anche in maniera schematica cosa fare dal momento dell’insediamento e come affrontare legalmente la presa di possesso di una casa: è necessario “rivendicare pubblicamente l’azione per evitare che venga considerata come ‘furto di proprietà’, affinché la polizia non possa intervenire senza un mandato per flagranza di reato”. Ma anche “causare il minor danno possibile” alla porta d’ingresso. L’edificio infatti rientra sotto la responsabilità del gruppo.

Nei giorni successivi l’occupazione, spiega il manuale, è importante andare a parlare con i vicini e spiegare loro la situazione perché “in futuro potrebbero essere chiamati a testimoniare”. E per dimostrare “la nostra volontà di pagare, prima di qualsiasi accordo con la proprietà dell’immobile, possiamo aprire un conto in quella stessa banca dove versare ogni mese una quantità di denaro in corrispondenza di un affitto sociale”, aggiunge la “Pah”. Un canone che non dovrà mai superare il 30 per cento del reddito familiare.

Più complicata la seconda parte della guida che espone le conseguenze giuridiche all’indomani dell’occupazione visto che “il diritto alla casa dell’articolo 47 della Costituzione spagnola non è un diritto fondamentale, come si crede”, mentre lo è il diritto alla proprietà privata. La guida allega dei fac-simile di documenti da poter consegnare al giudice. E incoraggia a chiarire che “l’azione è una risposta all’assenza di alternative per le famiglie in difficoltà”.

Insomma la pressione sociale e mediatica – perché non bisogna dimenticare di chiamare la stampa e srotolare cartelli fuori dallo stabile – è, per l’associazione, una delle armi più efficaci per una buona difesa. Ma soprattutto per permettere alle famiglie di restare nell’edificio. “Non possiamo rimanere con la braccia incrociate”, dicono dalla “Pah”.

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