Indipendentisti catalani, la Corte Ue promuove l’amnistia di Sánchez. Cosa cambia ora per il destino di Puigdemont
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato oggi il via libera alla legge di amnistia spagnola per i reati legati al processo indipendentista catalano del 2017. Con due sentenze pronunciate dalla Grande Sezione, i quindici giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la norma voluta dal governo di Pedro Sánchez non viola il diritto dell’Unione, né sul fronte della tutela degli interessi finanziari europei né su quello della lotta al terrorismo. Una decisione destinata a pesare sul futuro giudiziario di Carles Puigdemont, l’ex presidente della Generalitat de Catalunya, il governo catalano, ancora in esilio in Belgio, ma che non ne comporta il rientro immediato in Spagna.
Approvata nel novembre 2023 come condizione posta dai partiti catalani indipendentisti ERC e Junts per sostenere il governo di Sánchez, la legge è entrata in vigore nel giugno 2024 per estinguere le responsabilità penali, contabili e amministrative del “procés“, il percorso secessionista che portò alla dichiarazione di indipendenza del 2017, al conseguente scioglimento del Parlamento catalano e alle condanne per reati rientrati, almeno in parte, nelle legge di amnistia. È stata applicata a centinaia di persone, ma i destinatari più noti, a partire da Puigdemont, sono rimasti fuori: il Tribunal Supremo ha ritenuto che la malversazione a contestata a Puigdemont, legata al finanziamento del referendum indipendentista catalano dell’1 ottobre 2017, comportasse un beneficio personale escluso dall’amnistia. Per dirimere queste incertezze, la Corte de Conti spagnola e l’Audiencia Nacional avevano sospeso i procedimenti e sollevato due questioni pregiudiziali a Corte si Giustizia Ue.
La prima sentenza risponde al Corte dei Conti sulla responsabilità contabile di una trentina di ex dirigenti catalani, tra cui Puigdemont, il suo ex vicepresidente Oriol Junqueras e l’ex presidente Artur Mas, per l’uso di fondi pubblici destinati al referendum e alla promozione internazionale della causa indipendentista. La Corte ha stabilito che l’estinzione di tale responsabilità non viola l’articolo 325 del Trattato Ue, che tutela gli interessi finanziari dell’Unione, non ravvisando un legame diretto con il bilancio comunitario. La seconda sentenza riguarda il rinvio dell’Audiencia Nacional sul caso di una dozzina di membri dei CDR (Comitati di Difesa della Repubblica), processati per terrorismo. Anche qui i giudici hanno escluso un contrasto con la direttiva antiterrorismo Ue: la legge spagnola comporta solo una disattivazione parziale e temporanea dei suoi effetti, limitata a fatti specifici del “procés”, senza configurare una “autoamnistia”. La sentenza vincola l’Audiencia Nacional, che dovrà riprendere il procedimento con margini ridotti per continuare a escludere l’amnistia, pur avendo già anticipato la propria contrarietà.
Le due pronunce ricalcano le conclusioni non vincolanti presentate a novembre dall’Avvocato Generale Dean Spielmann, che aveva già escluso vizi di incompatibilità, pur segnalando che il termine di due mesi per decidere l’applicazione dell’amnistia potesse risultare troppo breve in alcuni casi. L’attuale presidente della Generalitat, Salvador Illa, aveva chiesto alla vigilia un avvallo “chiaro e netto” da parte dei giudici di Lussemburgo, invitando i tribunali spagnoli ad applicare la legge “con diligenza” e a “rispettare il potere legislativo”. Sulla stessa linea il governo di Madrid, che per bocca della ministra portavoce Elma Saiz aveva auspicato “una sentenza chiara e contundente” per chiudere il capitolo giudiziario del “procés”. Dai banchi dell’indipendentismo, il deputato di ERC Gabriel Rufián ha commentato che “l’unico dubbio è se il Tribunal Supremo applicherà una sentenza fondata su una logica che lo trascende o continuerà con una vendetta basata su un patriottismo fragile e tossico”.
Nonostante il tono favorevole delle sentenze, la Corte di Lussemburgo non si è pronunciata sul caso specifico di Puigdemont, che non era formalmente oggetto dei due rinvii pregiudiziali. La decisione ultima per il suo destino giudiziario spetta ora al Tribunale Costituzionale spagnolo, chiamato a valutare il suo ricorso contro il rifiuto del Tribunal Supremo di applicare l’amnistia al suo caso. Fonti della Corte di garanzia indicano che il pronunciamento non arriverà prima dell’autunno: i giudici vogliono prima analizzare a fondo la sentenza europea e lasciare che sia il Supremo a muoversi per primo. Resta da vedere come reagirà il Tribunal Supremo, e in particolare il giudice istruttore Pablo Llarena, che finora ha interpretato la legge in modo restrittivo, sostenendo che l’uso di fondi pubblici per il referendum comportasse un arricchimento personale tale da escludere l’amnistia per malversazione. Le sentenze di oggi, pur vincolanti per tutti i giudici spagnoli nell’interpretazione del diritto dell’Unione, lasciano margini di valutazione sui fatti concreti dei singoli casi: uno spazio che il Supremo potrebbe usare per mantenere la propria linea.
Se ciò accadesse, si aprirebbe un conflitto giuridico-istituzionale di primo piano tra la Corte di Giustizia Ue il cui verdetto è definitivo e non impugnabile, e un’alta corte nazionale che negli ultimi due anni ha già mostrato una marcata autonomia interpretativa rispetto alla volontà del legislatore e agli orientamenti europei. Un simile scenario riproporrebbe, in versione spagnola, un tema già affrontato da altri Stati membri: fino a che punto le giurisdizioni supreme nazionali sono tenute a recepire senza riserve le pronunce di Lussemburgo, quando ritengono in gioco valutazioni di fatto di loro esclusiva competenza. Nell’immediato, i procedimenti sospesi presso la Corte dei Conti spagnola e l’Audiencia Nacional dovranno riprendere applicando i criteri fissati da Lussemburgo. Sul piano politico, il governo Sánchez incassa un risultato che rafforza la tenuta dell’accordo con Junts ed ERC nella fase finale, e già fragile, della legislatura. Ma la partita giudiziaria vera e propria, quella che determinerà se e quando Puigdemont potrà rientrare in Spagna senza rischiare l’arresto, si giocherà nei prossimi mesi tra il Tribunale Costituzionale e il Tribunal Supremo, con un possibile nuovo capitolo di frizione, questa volta non più tra Madrid e Barcellona, ma tra la capitale e Lussemburgo.