Herman Medrano è figlio delle posse. Quando queste hanno smesso di suonare Herman si è messo a scrivere e cantare. Una produzione enorme, enciclopedica, di versi in rima, di canzoni lunghissime che chissà come riesce a ricordare in esibizioni che durano anche più di due ore. A ritmo di rap Medrano descrive il mondo. Lo fa con attenzione e spesso in maniera critica, non dimenticando l’ironia e la satira. Le parole, gli scioglilingua (che inibirebbero chiunque) parlano e partono dal Veneto per arrivare ad una lucida descrizione di un’Italia popolata di mostri e mostriciattoli; i nostri vicini di casa che Herman ci aiuta a comprendere meglio di chiunque altro. Medrano si accompagna musicalmente ai Groovy Monkeys, che aggiungono alla mitragliata rap un sound più caldo che sostituisce le basi campionate degli inizi. Iniziamo questa intervista a Herman chiedendogli di parlare delle trasformazioni del suo Veneto, partendo dagli anni ottanta. Gli anni di Felice Maniero, dei schei, del PIL in salita, del miracolo del nord est. Gli anni dove tutto ebbe inizio.

Che rimane di quel boom economico dalle vostre parti?
Parlerei di miracolo solo per un motivo: nessuno vuole vedere fra le pieghe per paura di trovare del marcio. Il Veneto non è più la “balena bianca” serbatoio di voti, è una balena “azzurra e verde”. Molti riducono il Veneto alla figura dell’imprenditore ossessionato solo da “i schei”, quando in realtà sono più assillati dal denaro i dipendenti che desiderano emulare i loro eroi col macchinone e la moglie sempre gran fica. Non c’è stato nessun miracolo culturale e non me lo aspetto per il futuro prossimo, ma è indiscutibile sia terra di conquista per chi ha abilità finanziarie e conoscenze di alto livello. Lo dimostrano le inchieste recenti e passate sulle connessioni politico-affaristiche per dividersi fette di appalti pubblici o per proporre mega-opere in finanza di progetto. Project financing! Facile no, lo faccio anch’io l’imprenditore pagando con i soldi degli altri! Quindi, strade, autostrade e trafori in deroga a tutte le regole, o proposte di centri commerciali inutili come Veneto City, tutto sulla pelle dei cittadini. Per questi personaggi il boom economico non è mai finito. Per tutti gli altri si continua a vivere nell’illusione che arrivi qualche briciola, riempiendosi momentaneamente la bocca di slogan più o meno folkloristici mutuati dalla politica.

Passante di Mestre, Mose, Veneto City, ovvero le grandi trasformazioni infrastrutturali in essere e in divenire da una parte. Dall’altra e contemporaneamente nei piccoli paesi e nella campagna urbanizzata si tenta di vivere ancora come un tempo, il piccolo bar con i tavoli nella strada, i campi, gli orti, le galline oltre il cancello e la sagra del paese. Secondo te queste sono “sacche di resistenza” o solo uno modo di vivere che presto scomparirà?
E’ un modo di vivere che non sparirà affatto. Ricordate il “ragazzo della via Gluck”, nel 1966 sembrava che il mondo stesse irrimediabilmente andando verso quel futuro. In parte è stato così, ed in parte no. Non si tratta di essere dei fuori di testa, ma continuare a coltivare la terra e alimentarsi con i frutti del proprio lavoro non potrà mai venir soppiantato da nessun surrogato industriale preconfezionato. La convivialità e il trovarsi, che sia nei bar o nelle feste di piazza, nelle osterie o a cena a casa di amici non si può sostituire con un social network, per quanto affascinante e moderno possa sembrare. Qui nessun è contrario a priori alle infrastrutture, bisogna però ragionare sulla sostenibilità del territorio, sulle ricadute dei costi e dei benefici reali e non sulle proiezioni di chi le propone. Purtroppo gli amministratori locali sono poco lungimiranti e abbagliati dai mega progetti prendono spesso fischi per fiaschi, oltre al fatto che le potentissime lobby del cemento e asfalto hanno altissima capacità persuasive sulla politica. Il Veneto come ogni altra regione necessiterebbe di partecipazione attiva dei cittadini, un po’ meno intorpidimento televisivo e un po’ più di interessamento per la vita della comunità dove si vive.

Qual è la qualità della vita nel Veneto? Anche alla luce delle storiche persistenze che elenchi (l’osteria, la festa di paese, el goto de vin).
La risposta non può essere univoca, sarebbe molto relativa, il mio è solo un punto di vista personale differente dagli altri quasi 5 milioni. Diciamo che se usiamo come parametro il lavoro, il PIL, il risparmio, le auto vendute e altri parametri economici usuali la tendenza è come il resto d’Italia, in caduta libera. Sono dati sicuramente importanti ma non fanno la qualità della vita. Io cambio auto quando si rompe e non ogni anno, i miei risparmi li spendo in viaggi, musica e libri, ed il fatto che consumi certi prodotti invece di altri non mi fa rientrare nelle statistiche, e come me ce ne sono sempre di più. Chi passa una serata con gli amici in compagnia senza spendere denaro starà sicuramente meglio, ma non è misurabile da nessun indicatore economico. Se misuriamo la qualità della vita con parametri legati alla partecipazione alla vita sociale, per quello che vedo io non siamo messi così male. Ancora ci si trova per chiacchierare, bere una/due birre in compagnia e ascoltarsi, vedere spettacoli, discutere dei propri problemi. Sono cose di non poco conto, che saldano le persone e le arricchiscono più del conto in banca o dell’auto nuova. Credo che le generazioni che crescono ora abbiano il senso di trovarsi in luoghi non abbandonati, circondati da persone con buona volontà che si curano di quel che gli è vicino. Sono sensazioni che accrescono il senso di benessere e spesso rendono gli abitanti di queste terre fieri di farne parte.

C’è ancora una ricerca al gusto, ai sapori, magari forti, magari unti, a partire dalla tua generazione e da quelle che seguono?
Credo sia legato al tipo di esperienze culinarie che si ricercano, ultimamente vedo in ascesa l’etnico e l’esotico, nonché il cibo economico di strada. I ragazzi sono sperimentatori, si sa che a volte esagerano, e il panino con 24 ingredienti consumato di notte a lato strada diventa consuetudine, creando problemi di salute. La cucina veneta era originalmente povera e a base di prodotti dei campi, non certo insaccati e formaggi, cose un tempo decisamente da ricchi. Quando vedo trattorie di lusso che la propongono come cucina d’elite mi prende un certo nervoso. Per finire, cosa sacra e inviolabile é il vino, che meriterebbe un articolo al giorno per spiegare quale rapporto si sia sviluppato con esso nel tempo. Inutile dire che le pubblicità qui hanno vita dura, non ci possono convincere a consumare intrugli dai brick di cartone.

Herman, chi è SUPEREBETE (la tua nuova canzone con Caparezza)?
Il SUPEREBETE è quel supereroe che ci parla da dentro, che ci consiglia e ci induce a fare scelte di fronte a delle situazioni, scelte che hanno poi delle ripercussioni sulla nostra vita. Il classico esempio, sei di fronte ad un prodotto e senti dentro di te quella vocina che ti dice: compralo, svelto, non farti sfuggire l’occasione, dai… fallo! Ma anche quella che ti dice di atteggiarti a gran conoscitore del prodotto stesso, quando devi commentare un vino e non ti accontenti di dire che è buono, ma ci costruisci sopra la storia del viaggio sensoriale più assurdo che ti faccia sembrare un gran esperto (e magari era vino del tetrapack). SUPEREBETE non è un qualcuno di separato da noi, ma vive in simbiosi con noi e troppo spesso prende il controllo della situazione portandoci verso la strada che chiunque direbbe la più stupida. L’intero album NOSECONOSSEMO è strutturato sulla mancanza di conoscenza: di noi stessi, degli altri, del mondo che ci circonda, della nostra storia e del nostro territorio. E molto spesso non conosciamo ed educhiamo a sufficienza il gusto! (Foto dal sito www.medrano.biz)

di Vinicio Bonometto e Grazia Fiore

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