Al meeting di Comunione e liberazione di Rimini le assenze contano anche più delle presenze. E Roberto Maroni non c’è. All’evento annuale della più potente, radicata e capillare organizzazione della Lombardia, il governatore non ha ritenuto opportuno presentarsi. Neppure per un saluto, per una stretta di mano tra gli stand, per qualche foto con i leader del movimento. Niente. Come mai non c’è neppure un leghista invitato, a cominciare da Maroni? “Il governatore doveva venire, ma non ha potuto”, risponde in una conferenza stampa il presidente della Fondazione per la sussidiarietà Giorgio Vittatini. “Per un problema di agenda”, si affretta a precisare Emilia Guarnieri, che guida la Fondazione Meeting. In agenda Maroni aveva le vacanze, in effetti.

L’imbarazzo è evidente: il meeting era programmato in questa settimana di agosto da molto prima che Maroni si candidasse alle elezioni regionali. Ma Maroni non c’è. Raccontano che, dopo essersi consultato con la sua portavoce Isabella Votino, si sia convinto che finanziare come tutti gli anni lo stand di Regione Lombardia nei padiglioni della fiera di Rimini fosse una dimostrazione sufficiente di attenzione al movimento fondato da don Giussani. Invece l’infortunio è doppio: l’assenza certifica i rapporti difficili con Cl e i soldi dello stand risultano soldi buttati, perché senza la presenza del governatore il ritorno di immagine è minimo.

Il cambiamento non poteva essere più drastico: il predecessore di Maroni, il ciellino Roberto Formigoni (“Il meeting l’ho inventato io”) è sempre stato il protagonista di Rimini, anche lo scorso anno in cui era già indagato, molte di più l’anno prima in cui c’era un apposito padiglione per celebrare il suo comple-Facebook, dodici mesi di attività sui social media. Il passaggio di potere è stato complicato: sia da un blocco di potere all’altro, con la fine dell’egemonia ciellina, sia da un governatore all’altro. Roberto Maroni ha ostentato il cambio di stile, si è disfatto perfino degli arredi di Formigoni, poltrone e divani che giudicava troppo sfarzosi. Non riceve più i visitatori al piano padronale, il trentacinquesimo, di palazzo Lombardia, ma molto più in basso, dove tutti possano vedere il suo contatto diretto con la gente. Formigoni, invece, non vuole mollare del tutto. Ancora prima dell’estate continuava ad appoggiarsi a uffici della struttura di Expo 2015 con la scusa che non tutte le deleghe erano state trasferite da lui al nuovo commissario straordinario Giuseppe Sala (l’amministratore delegato promosso commissario da Enrico Letta anche e soprattutto per allontanare Formigoni dalla gestione dell’evento).

Il rapporto tra Cl e Lega non è mai stato facile: i ciellini non amavano la concorrenza per l’egemonia lombarda, i leghisti diffidavano da una struttura chiusa e corporativa, con una potenza geometrica che il Carroccio non è mai riuscito a conseguire. Nel 1996 Umberto Bossi definì i ciellini “questi sporcaccioni”, un consigliere provinciale della Lega a Monza ha fondato su Facebook il gruppo “Aboliamo Cl per combattere la mafia ciellina”, fino allo scontro nel 2005 tra l’assessore alla Sanità leghista Alessandro C’è con il presidente, cioè Formigoni. Uno scontro combattuto anche con inchieste della Padania su tutti gli uomini di Cl ai vertici della sanità lombarda, negli ospedali pubblici e privati. Poi i rapporti si sono improntati a una collaborazione pragmatica in nome del federalismo, che Cl considera un passo verso la sua ossessione, la sussidiarietà (i soldi restano sul territorio, lo Stato sussidia anche i privati che offrono servizi a livello locale).

Ma adesso Cl è in imbarazzo: non ha più interesse alla Lega come partito, visto il declino e le spaccature, ma ha bisogno di Maroni in quanto governatore lombardo. Il primo approccio, però, si è tradotto in un disastro diplomatico che non sfugge alle migliaia di ciellini (quasi tutti elettori lombardi) che affollano il meeting in questi giorni. E che, comunque, la Lega non la votano.