Il pregiudicato Berlusconi fa tremare il governo di Enrico Letta. Prima ci sono state le sciabolate a distanza, poi gli avvertimenti a mezzo stampa, infine il presidente del Consiglio e il segretario del Pdl quello che pensano della agibilità politica del Cavaliere hanno potuto dirselo guardandosi negli occhi e con la spada di Damocle dell’ultimatum – dieci giorni per trovare una soluzione – intimato dall’ex presidente del Consiglio.

Vertice Letta-Alfano, “posizioni distanti”. Dopo tre ore di confronto le posizioni tra il premier Enrico Letta ed il vicepremier Angelino Alfano restano “distanti”. Il segretario Pdl e ministro dell’Interno ha fatto presente che per il partito è inaccettabile che il partner di governo, il Pd, non consideri il tema della non retroattività della legge Severino in vista del voto della Giunta al Senato. Il premier Letta, invece, ha spiegato all’ex ministro della Giustizia che considera sbagliata la sovrapposizione dei due livelli di governo e della vicenda giuridica che riguarda gli ‘interna corporis’ del Senato. “Io non posso dire al Pd di non votare per la decadenza, la giunta decide secondo criteri giuridici e non politici. A questo punto sta a voi decidere che cosa fare”, avrebbe spiegato il premier, da sempre convinto che per tenere il governo al riparo vanno separati i piani. Dal Pdl fanno sapere l’incontro è stato “duro” perché Alfano ha ribadito che non è possibile che un partito resti dentro la coalizione se l’altro partito della coalizione fa decadere il leader del partito alleato per un atteggiamento pregiudiziale. L’ex Guardasigilli ha sottolineato anche l’atteggiamento pregiudiziale dei Democratici che non tiene conto del parere di illustri giuristi che esprimono dubbi sulla retroattività della legge Severino. Insomma la minaccia di una crisi di governo è stata materialmente consegnata come una dichiarazione di guerra. Anche le colombe del partito fanno sapere che non c’è intenzione di far cadere il Governo. 

L’ultimatum del Cavaliere: “Dieci giorni”, Epifani: “La giustizia deve essere uguale per tutti”. Il Cavaliere ha, infatti, dato a tutti dieci giorni per trovare una soluzione al limbo in cui si trova e all’inferno in cui potrebbe finire: decaduto dalla carica e non più candidabile alle eventuali prossime elezioni. Un ultimatum prima di aprire una crisi di governo se il Pd non accettasse “di fermare i lavori della Giunta per le elezioni” e non si aprisse a “riconsiderare la costituzionalità della legge Severino“. L’alternativa è il ritiro dei ministri Pdl dal governo. Un’ultima offerta all’alleato dell’esecutivo di larghe intese che il segretario del Pdl ha sottoposto direttamente a Enrico Letta. L’esito negativo, dell’incontro porterà “alla controffensiva mediatica del Cavaliere un messaggio agli italiani in video poi un discorso in Senato, durissimo, sulla giustizia”. Per l’esattezza, un video messaggio che ricalca quello del 1994 per “sancire la fine dell’esperienza del governo Letta e l’inizio della pugna”. Per il Pd, in serata, arriva il commento del segretario: ”In uno stato democratico il principio di legalità è un principio a cui tutti devono soggiacere, perché – dice Guglielmo Epifani – davvero la giustizia deve essere uguale per tutti. Speriamo che nessuno voglia assumersi la responsabilità del tanto peggio tanto meglio. Sarebbe davvero paradossale che dopo aver visto perdere il lavoro, visto le aziende chiudere, giovani che non trovano lavoro, si aprisse una crisi al buio in queste condizioni. Nessuno ci farà cambiare idea e nessuno può tirarci per la giacchetta. Per noi la bussola sono gli interessi del Paese, e lo ripeto, che vengono prima degli interessi dei democratici e ancor prima di quelli di un’unica persona”.

Per il segretario democratico che si trova alla festa del Pd a Siena “le sentenze della magistratura possono non piacere ma vanno rispettate e vanno fatte eseguire. Non per andare contro qualcuno ma per fare gli interessi di tutti. Non è una battaglia contro Berlusconi ma in favore di uno stato di diritto. Fa bene Letta a proseguire la sua azione di governo”. Pd, Pdl e il gruppo di Casini, al termine del governo Monti, “votarono la legge secondo cui se si è condannati in pena definitiva ad almeno due anni si decade con un voto del Parlamento e non si può essere ricandidati. La legge fu fatta per evitare di avere condannati in Parlamento per reati particolarmente gravi. Quella legge la votarono tutti compreso il Pdl. Come si può obiettare ora qualcosa? Se tu non rispetti le leggi che voti, che senso ha promulgare delle leggi e avere uno stato di diritto?” 

Il presidente della Giunta Stefàno: “Finiremo entro settembre”. “Il presidente della Giunta per le Immunità del Senato, Dario Stefano di Sel, però, mercoledì pomeriggio, aveva fatto sapere di essere intenzionato a tirare dritto per la strada segnata: “Dobbiamo limitarci a svolgere il ruolo che le norme ci attribuiscono, quello di applicare e in questo caso di discutere sull’incandabilità intervenuta ed eventuale decadenza di Silvio Berlusconi. Se la relazione Augello dovesse essere bocciata dalla giunta, il senatore verrà sostituito e il nuovo relatore avrà l’incarico di proporre un’altra soluzione”. Il proposito è “di portare a compimento l’attività entro il mese di settembre”. Sul risultato finale, Stefano afferma di non dar nulla per scontato, nonostante la conta dei voti al momento pende nettamente verso l’incandidabilità di Berlusconi (ma poi la decisione finale sarà presa dall’Aula). “Non faccio pronostici, mi impegno come presidente a che la giunta valuti la questione nel merito e non per appartenenza, nel merito di una legge che ci indica alcune prescrizioni, nel merito di regolamenti che attribuiscono a noi alcune funzioni che noi dobbiamo assolutamente ossequiare”. Il vice presidente della Giunta, Giacomo Caliendo, ha invece posto nuovamente la questione dell’intervista del giudice Esposito e sostenuto che sarà necessario molto tempo per discutere tutti i nodi giuridici. 

Accelerazione dovuta a sfiducia del Cavaliere nel capo dello Stato. Erano stati i colonnelli del Pdl a dar voce mercoledì mattina ai tormenti di Berlusconi. “Grande determinazione per rilanciare l’azione del governo, ma altrettanta determinazione nel risolvere il problema democratico su Berlusconi, il tutto prima della riunione della Giunta per le elezioni al Senato”, aveva rimarcato al Tg1 il capogruppo alla Camera Brunetta (che poi ha partecipato alla prima parte del summit Letta-Alfano). E il senatore pidiellino Lucio Malan, componente della Giunta per le autorizzazioni, aveva nuovamente chiesto un intervento del presidente Giorgio Napolitano. “Quello che sicuramente è inaccettabile è il verdetto precostituito, con segretari di partito che preannunciano cosa faranno i singoli componenti della Giunta che invece hanno una responsabilità personale solo davanti al diritto. Il Colle ha un ruolo di suprema garanzia, che non ha esitato ad usare molto al di là di quanto avvenuto in passato con altri capi dello Stato. Questa è un’altra occasione in cui farlo”. 

Corriere e Repubblica avevano descritto nei retroscena l’accelerazione voluta dall’ex premier e dai falchi, Santanchè e Verdini. Una decisione che avrebbe sconfortato anche Gianni Letta: “Quelli che i giornali chiamano pitonesse e falchi non sono matti ma criminali”. Il cambio di strategia sarebbe stato dettato da una sostanziale sfiducia nel capo dello Stato e in un intervento della Corte costituzionale, che le colombe considerano un’opzione per rivedere la legge Severino. “Volete che mi affidi a quelli che hanno già bocciato il lodo Alfano? – ha detto Berlusconi ai suoi – Sono 11 contro 4, è un plotone di esecuzione della sinistra” scrive Repubblica

Nessuna intenzione dunque di attendere il 9 settembre, data in cui è previsto l’inizio dei lavori della Giunta. La prima necessità, dunque, era quella di “battere sul tempo il Pd” ed esigere risposte chiare. Come ha avvertito Gaetano Quagliariello: “Se si dovesse trasformare la giunta del Senato da luogo della meditata ponderazione al teatro di un plotone di esecuzione – ha detto il ministro al Foglio -, il centrodestra avrà il suo dramma da affrontare ma l’Italia non ne uscirebbe indenne”. E l’incontro a Palazzo Chigi ne sembra il primo atto.

Ma al di là del muro contro muro, la realtà è che Berlusconi non ha chiaro come muoversi. Chi ha avuto modo di parlarci lo descrive come molto scoraggiato ma consapevole dei rischi di una caduta dell’esecutivo. Anche perché, si apprende da fonti parlamentari, girano voci di movimenti al Senato di almeno una decina di senatori Pdl pronti a ‘dare una man0’ per un Letta bis. Voci categoricamente smentite dal Pdl che giura fedeltà all’ex premier; ma sono molti nel Pdl a sapere che al prossimo giro difficilmente saranno candidati. Ma soprattutto il Cav teme che senza lo scudo dell’immunità parlamentare possa finire alla mercé del primo pm politicizzato.