Il 4/8/2013 la Repubblica riporta un articolo di cronaca, in cui si parla di un pedofilo sorpreso a “palpeggiare” una bambina e malmenato dalla folla fino a metterne a repentaglio la vita. Prendo spunto per affrontare due temi spesso intrecciati: le diversità delle mete sessuali e l’indebito piacere nella ricerca di una giustizia sommaria, che poco riguarda ciò da cui viene scatenata.

Primo punto. Per motivi complessi, in parte genetici e in parte culturali, alcune persone avvertono attrazioni sessuali non usuali, che vengono dal profondo del proprio essere e non rappresentano dunque scelte razionali né tanto meno libere. Siamo di fronte ad una diversità che genera, la maggior parte delle volte, impulsi vissuti come drammaticamente vergognosi e colpevolizzanti.

Contrariamente all’omosessualità che, quando si esprime all’interno di una libera e consapevole reciprocità, esige il massimo rispetto, la pedofilia è per sua natura antisociale, in quanto vi è sempre una asimmetria relazionale: un adulto circuisce un bambino non in grado di comprendere la proposta e di potersene difendere.

La risposta che la società deve mettere in atto in questi casi è molto semplice: le persone che rischiano di indulgere in comportamenti abusanti devono essere messe in condizione di non portare a compimento i propri impulsi, attraverso programmi di monitoraggio terapeutico nel rispetto della società e della persona malata.

Chiunque si trovi coinvolto o spettatore in questo tipo di azione deve cercare di prevenirla e impedirla. Purtroppo, la maggior parte degli abusi nei confronti dei bambini o delle donne, avviene in famiglia, spesso in un ambiente connivente e omertoso, tanto che in psicoterapia ciò che viene riportato con maggiore sofferenza riguarda l’impossibilità di confidare l’abuso per il timore di non essere creduto o per preservare i propri familiari da un’esperienza dolorosa.

E’ possibile migliorare la prevenzione attraverso una informazione corretta, in tutti gli ambiti possibili, parlando della possibilità che persone malate mettano in atto comportamenti scabrosi e che i bambini, oltre che rifiutarli, devono poterne parlare, senza timore,  agli adulti con i quali sono in maggiore confidenza. L’importante è di usare le parole giuste e non creare un alone di “mostruosità” intorno a queste persone. Nell’articolo si usa la parola “orco“, neanche virgolettata, seguita poco dopo dalla parola “disabile”, con il rischio che le due parole vengano associate.  

Secondo punto. L’idea del “mostro” ha un potere eccitante, non a caso le favole ne sono piene, e suscita nelle persone lo stimolo a farsi giustizia sommaria come purificazione collettiva attraverso il sacrificio di un “cattivo” reale/simbolico.

La dinamica psicologica del barbaro rito del linciaggio è semplice: un avvenimento più o meno scabroso, o frutto di un pregiudizio razziale e culturale, crea un corto circuito fra il presunto “mostro”  della realtà e il “mostro” dormiente in ognuno di noi. Le parti segrete che disprezziamo di noi stessi vengono proiettate sul “mostro” esterno e quindi punite. Questa esperienza diventa presto contagiosa (vedi Massa e potere di Elias Canetti) e comporta una rapida e spontanea formazione di una massa di gente, piccola o grande, che amplifica il meccanismo individuale.

Il concetto di “mostro”, che funge da catalizzatore, può variare nelle varie epoche storiche: streghe, eretici, ladri di cavalli, ebrei, zingari, epilettici, pazzi e disabili sono stati e continuano ad essere ottimi inneschi.  

I pedofili sono considerati una forma particolare di “mostri”, la peggiore di tutte, tanto che neanche gli psicoterapeuti spesso riescono a identificarsi con il drammatico vissuto patologico di queste persone, non riuscendo così ad essere di aiuto né a loro né alla società.