La parola “paladino” deriva dal latino comes palatinus, ovvero “conte di palazzo”, termine col quale si designavano i cavalieri più fidati della corte (palatius) di Carlo Magno. Nell’accezione estesa si riferisce oramai a qualsiasi eroe cavalleresco.

Quando si dice nomen omen. Giuseppe Paladino, giovane avvocato di 45 anni di Sala Consilina, nell’intento di salvare la vita ad alcune persone in difficoltà nel mare agitato a Palinuro nel Cilento, è annegato. Così riportano i giornali. I bagnanti in difficoltà sono stati tratti in salvo.

L’avv. Paladino era molto conosciuto e stimato in tutto il Vallo di Diano e nel foro di Sala Consilina. Lascia la moglie, incinta, ed un bimbo piccolo.

Non lo conoscevo ma poco importa. Me lo immagino generoso ed appassionato pure nella professione. Attento ai diritti altrui. L’unica vera stella cometa che guida un avvocato che conosce il significato profondo di indossare la toga. L’onore ma soprattutto l’onere, non di fare l’avvocato ma di essere avvocato. La differenza è notevole, direi quasi abissale, incolmabile.

La differenza che corre tra il fare fungibile e l’essere infungibile.

L’avvocatura ha bisogno di grandi gesti o grandi gesta per nobilitarsi e riacquistare credibilità presso l’opinione pubblica, persa in questi ultimi decenni. I motivi sono tanti e li conosciamo. Possiamo fare anche outing, forse una catarsi. Un’avvocatura che per certi versi appare la proiezione dello scenario politico italiano. Certo non fulgido di esempi positivi.

Una governance gerontocratica, arroccata su posizioni conservative, incapace di progettare il futuro, in balia dei cambiamenti imposti da un legislatore in palese mala fede, tutta tesa a salvaguardare i privilegi (gli Ordini come fortini, – e i Tribunali minori come avanposti -, con presidenti ultradecennali e immortali, vere roccaforte di bacini elettorali), dedita ad impedire qualsiasi rinnovamento nell’età, sovente anche in posizione di conflitto di interessi. Una governance al più prona ad inseguire i ritmi imposti dall’esterno, invece di avere l’autorevolezza e la credibilità di dettare i propri.

Una governance che ritiene come unico mezzo di espressione e di consenso quello dello sciopero, non comprendendo che così ci si allontana sideralmente dall’opinione pubblica, peraltro dopata da slogan fasulli quali “lobbie/casta/rei della giustizia che non funziona”. Che infatti ci disprezza, perché occorre dire come stanno le cose.

Un’avvocatura che in questi ultimi tre decenni si è quasi quadruplicata (alcuni hanno coniato il termine “proletarizzazione”) anche grazie alla responsabilità di chi (commissioni d’esame in primis, senza che dall’alto istituzionale alcuno proferisse un verbo) non ha compreso che il rigore nell’accesso è la prima garanzia dell’autorevolezza dell’avvocatura. Ma ad alcuni ha fatto comodo così, avendo sfornato migliaia di giovani praticanti low cost ed avendo saziato l’appetito dell’indotto economico di fori del sud, dove casualmente le percentuali dei promossi erano pari al 99%.

Ed allora chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Un’avvocatura che in questi ultimi anni è stata sbeffeggiata da vili mercanti (Confindustria, Abi, lobbie trasversali nella politica) che ha indotto il legislatore ad un’opera di demolizione dei suoi principi fondamentali (autonomia in primis) e della deontologia in generale, per vero quest’ultima già edulcorata dagli Ordini. Indebolimento dell’avvocatura per squallidi interessi economici (accaparramento della sua quota di mercato) che però determina pure un allentamento nel rigore della tutela dei diritti dei cittadini, in virtù dell’assioma avvocati meno rigorosi e meno indipendenti=diritti meno tutelati.

Ed allora abbiamo bisogno anche di piccoli grandi eroi come l’avv. Paladino per scuoterci e svegliarci da questo torpore. Per ricordarci che se vogliamo rivendicare il ruolo di “paladini” della giustizia, dobbiamo prima essere intransigenti con noi stessi. Poi allora potremo dialogare con la gente e recuperare un ruolo fondamentale in questa società.

Dovremmo dunque invocare con forza l’incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e il ruolo apicale politico (basta ai vili mercenari chiamati a legiferare nell’interesse del mercante), dovremmo denunciare tuonando i soprusi che si stanno consumando sulla pelle del popolo (l’abominevole tentativo di demolire la Costituzione da parte di una classe dirigente putrida e immonda) ed il regime giuridico costruito ad arte per conservare l’archetipo della corruzione (giustizia inefficiente/fisco iniquo/spesa pubblica col silicone/moltiplicazione infinita di poltrone e di burocrazia).

Dovremmo forse iniziare a disinteressarci di noi per iniziare seriamente ad occuparci dei diritti dei cittadini, uniti, compatti, irremovibili. Forse allora saremo credibili.