È di ieri la notizia del primo assaggio ufficiale di una polpetta artificiale della storia. Chi l’ha assaggiata l’ha definita “simile alla carne ma poco saporita”.

L’esperimento scientifico, costato 250 mila euro, è stato realizzato a dell’università olandese di Maastricht, che ha prelevato un piccolo numero di cellule staminali dai muscoli di bovino e fatte riprodurre in laboratorio. 

La notizia solleva la questione che da tempo si sta dibattendo: la sostenibilità della produzione di carne. Da anni infatti molti enti di ricerca stanno lavorando per produrre cosiddette carni “artificiali” e le motivazioni ufficiali sarebbero legate da un lato alle condizioni nelle quali gli animali vengono allevati, dall’altro per dare una risposta alla crescente domanda mondiale di proteine animali, destinata a crescere con l’aumentare della popolazione. Quindi la tesi è l’hamburger di staminali servirebbe a nutrire miliardi di individui senza allevare milioni di animali in più, riducendo le emissioni di CO2.

Il concetto di sostenibilità tuttavia è decisamente più articolato e complesso e si sostanzia in un principio etico e politico, che implica come le dinamiche economiche e sociali delle moderne economie, siano compatibili con il miglioramento delle condizioni di vita e la capacità delle risorse naturali di riprodursi in maniera indefinita. In altre parole non può esistere sostenibilità se una delle tre dimensioni: quella economica, quella sociale, e quelle ambientale non sono tra loro in equilibrio.

Ad esempio produrre un uovo allevando una gallina in gabbia, dal punto di vista delle emissioni di CO2 è certamente più efficiente e economicamente più conveniente, ma le condizioni di allevamento sono così terribili che molte aziende, da anni, hanno deciso di non venderle e non utilizzarle per i propri prodotti. O ancora L’energia nucleare è certamente quella che ha le emissioni di CO2  più basse per kilowatt prodotto, ma chiederei agli abitanti di Fukushima se è la più sostenibile per le future generazioni. Infine una riflessione andrebbe fatta sulle politiche che incentivano la produzione di energia elettrica utilizzando la fermentazione anaerobica di  alimenti (normalmente il mais).

Se parliamo di sostenibilità della filiera delle carni non possiamo inoltre  ignorare il contributo economico e sociale che essa genera. In Italia si stima che la sola filiera produttiva dell’allevamento bovino, dia ogni anno lavoro a oltre 80.000 persone, creando un valore aggiunto di oltre cinque miliardi di euro. 

Basterebbe limitare gli attuali abusi nel consumo di carne per dare cibo ad altri 2 miliardi di persone, ed è scientificamente oramai accertato che la dieta mediterranea, oltre ad un impatto benefico sulla salute, tanto da essere riconosciuta come patrimonio culturale dell’umanità, ha un impatto sostenibile anche per l’ambiente. Gli ultimi dati disponibili relativi agli impatti ambientali di una dieta vegetariana rispetto a quella mediterranea, parlano di una differenza a settimana di meno di 3 kg di CO2, come un pendolare che per recarsi ogni giorno al lavoro percorra 30 chilometri con un auto di media cilindrata.

Quindi prima di pensare che il futuro sia consumare una polpetta anemica e senza sapore forse varrebbe la pena consumare carne in modo equilibrato, proveniente da allevamenti che rispettano il benessere degli animali e filiere produttive che redistribuiscano il valore generato a chi opera lungo le filiere. Non è un utopia è certamente una soluzione a portata di mano.