I costi della politica della Regione Friuli Venezia Giulia sono stati effettivamente ridotti. Ma per certi versi, l’entità dei tagli apportati non sembra corrispondere a quella che, durante la campagna elettorale, proclamava la candidata governatrice del centrosinistra, Debora Serracchiani. Perché se da un lato la grossa sforbiciata data ai trasferimenti ai gruppi (passati da alcuni milioni di euro a circa 300mila) appare – soprattutto dopo lo scandalo delle spese pazze nella precedente consiliatura – un segnale forte, dall’altro nei confronti degli stipendi dei consiglieri regionali la giunta Serracchiani ha adottato un provvedimento contestato.

“Dimezzeremo il compenso dei consiglieri regionali – assicurava nei mesi scorsi colei che di lì a poco sarebbe diventata il nuovo presidente della Regione Friuli – Scenderà al livello dei sindaci delle grandi città: 5mila euro lordi comprensivi di rimborsi chilometrici e dei pasti”. Proprio come prometteva il Movimento Cinque Stelle, che tuttavia lo scorso giugno, pur dichiarando “ci ha copiato”, ha preferito votare contro le linee programmatiche della neogovernatrice. “Aspettiamo di vedere e, provvedimento per provvedimento, voteremo in linea con il nostro programma”. Ma il dimezzamento della busta paga dei consiglieri regionali, così come aveva annunciato l’ex europarlamentare Pd, alla fine, secondo i cinque M5S di piazza Oberdan, non si è visto. E loro ancora una volta hanno votato no. “Il provvedimento sul taglio ai costi della politica, approvato in aula, è un inganno – denuncia il consigliere del Movimento Cristian Sergo – Il reddito netto in busta paga di un consigliere regionale sarà inferiore di appena il 10%-15% rispetto al passato”.

Certo, l’indennità che percepiranno non ammonterà più a 10.291 euro: scenderà a 6300 euro. Dunque una sforbiciata del 40% e non del 50%. Nulla quaestio, si tratta solo di 1300 euro in più rispetto alla cifra promessa. Tuttavia, quello da 6300 euro, non sarà l’unico assegno che i consiglieri regionali del Friulani intascheranno ogni mese. A questo andranno infatti sommati altri 3500 euro netti fissi, come spese di esercizio mandato. Un’unica voce, comprendente anche pasti e rimborsi chilometrici (ma non dovevano rientrare nell’indennità di base?), che verrà corrisposta senza peraltro l’obbligo di dovere fornire un giustificativo. Però “è stato eliminato il rimborso per il vitto, le spese per le attività di aggiornamento, telepass e altri benefit previsti – sottolinea la governatrice, contatta da ilfattoquotidiano.it – Insomma se si fa un calcolo, c’è una riduzione del 40% in meno rispetto a quanto prendevano prima i consiglieri regionali. In più – prosegue il presidente della Regione Friuli – abbiamo abbattuto del 50% l’indennità di fine mandato. Ed eliminato definitivamente il vitalizio”.

Ma considerando i consiglieri alla stregua di un qualsiasi lavoratore, “un dipendente dei cittadini”, per la capogruppo in piazza Oberdan del M5S, Elena Bianchi il vitalizio così com’era (non più con il sistema retributivo ma con quello contributivo) tutto sommato non poteva considerarsi un privilegio. Naturalmente se calcolato in base allo stipendio proposto dagli stessi Cinque stelle. “Avrei preferito perciò conservare un istituto previdenziale piuttosto che ricevere 3.500 euro al mese di spese di esercizio di mandato, che equivalgono a 42 mila euro all’anno. Cioè tre anni di stipendio netto di un operaio e per di più sottratti per sempre alla rendicontazione. La classe politica in sostanza continua a mantenere i privilegi”.

“Ci siamo semplicemente adeguati al decreto Monti, che prevede come unica ipotesi di pagamento delle indennità il forfettario – risponde il presidente Serracchiani – Anche se io personalmente una procedura di rendicontazione, magari non su tutto perché mi rendo conto che è complicato, l’avrei prevista. Ma la scelta poi viene lasciata ovviamente al Consiglio regionale”. Che ha deciso di seguire per filo e per segno la filosofia del decreto Monti e di non dover quindi rendicontare proprio nulla.