Hanno cambiato denominazione più volte, ma si tratta sempre della stessa robaccia. Campi di detenzione per immigranti dove si vivono condizioni peggiori di quelle delle carceri, già pessime. E senza che alla base ci sia alcun reato penale. E con garanzie minime, a partire dall’affidamento delle relative decisioni a giudici come quelli di pace, abilitati al massimo ad occuparsi di questioni bagatellari, ed in questi casi invece chiamati a pronunciarsi su questioni importanti attinenti alla vita e alla libertà delle persone. Come si è visto da ultimo nel caso dell’espulsione della signora Shalabatieva. Già l’affidamento a giudici di questo tipo delle decisioni relative all’internamento nei centri è un preciso segno di razzismo istituzionale. La libertà di un “clandestino” vale quanto una controversia per un valore non superiore a cinquemila euro, secondo il legislatore italiano.

Si tratta di luoghi assolutamente inutili, visto che hanno ospitato nel 2012 solo 7.700 immigranti irregolari su oltre 320.000 esistenti. Una goccia nel mare e non potrebbe essere altrimenti, dato che solo persone sprovviste delle più elementari cognizioni possono pensare di affrontare con modelli concentrazionari un fenomeno complesso come l’immigrazione. Solo una concessione ai deliri repressivi dei borghesi piccoli piccoli e alle idee razziste dei potenziali emuli dell’assassino nazista norvegese Breivnik, di gente che tira le banane sul palco dove interviene la ministra Kyenge, unica componente dignitosa del governo Letta.

La chiusura dei Cie costituisce un imperativo urgente per l’Italia. Al fine di evitare sofferenze inutili a coloro che vi sono rinchiusi, di operare risparmi virtuosi alla spesa pubblica e di sanare una grave lacerazione ai principi costituzionali. Una delle cose più vergognose è la formazione di una vera e propria lobby di affaristi interessati al mantenimento di luoghi di questo genere e all’apertura di sempre nuovi. Quello che potremmo definire il complesso concentrazionario-industriale.

Come affermato da Felice Romano, segretario del sindacato dei lavoratori della polizia, si tratta di lager, pericolosi per gli immigrati come per i poliziotti che vi devono prestare servizio. Romano giustamente cita il tribunale di Modena, secondo cui una rivolta fu causata da “inumane condizioni di vita esistenti all’interno del Cie di Modena che …non ci si può esimere dal denunciare alle autorità sanitarie per l’elevato rischio di epidemie ed alla Procura della
Repubblica per eventuali reati che dovessero ravvisarsi in capo ai gestori di tale struttura».

I lager vanno chiusi sempre e comunque, e al più presto. Con buona pace di chi a suo tempo ideò questi luoghi di dura e assoluta repressione. I quali, ricordiamo, furono istituiti dall’art. 12 di una legge che portava le firme di Turco e del (secondo Grasso) innominabile Napolitano.