La Procura della Repubblica di Bologna ha aperto un’inchiesta sulla demolizione della palazzina Rai di Budrio, un edificio voluto dallo stesso Guglielmo Marconi e uno dei centri più importanti per la radiodiffusione in Italia fin dai suoi albori. Al posto della struttura costruita nel 1936 e abbattuta il 26 giugno scorso (il fattoquotidiano.it denunciò la vicenda con un video reportage) sono in programma una fabbrica di patatine e un centro commerciale. Ora il sostituto procuratore Morena Plazzi indaga su alcuni aspetti della vicenda: al momento il reato ipotizzato (per ora contro ignoti) è quello di violazione dell’articolo 59 del Decreto legislativo del 2004 sui beni culturali, il cosiddetto Codice Urbani.

Il testo di legge prevede infatti che “gli atti che trasferiscono, in tutto o in parte, a qualsiasi titolo, la proprietà o la detenzione di beni culturali siano denunciati al ministero”. Gli accertamenti, delegati alla Polizia municipale di Bologna, sono rivolti soprattutto all’iter che ha portato la palazzina dalle mani del Comune di Bologna (proprietario dell’edificio, anche se questo si trovava sul territorio di Budrio) alla ditta Part tre del gruppo Maccaferri, quello che ha in progetto i grandi magazzini.

Prima che venisse rasa al suolo, Radio Marconi (così era conosciuta) ha vissuto infatti un iter burocratico terminato con il benestare alla demolizione da parte della Direzione regionale per i beni culturali. Dopo il piano del 2007 della Provincia e del Comune di Budrio che prevedeva tra le altre cose la creazione nell’area di un polo commerciale e industriale, il Comune di Bologna e tutti gli altri proprietari dei terreni lì intorno avevano ratificato un accordo con cui si impegnavano a cedere quei terreni in cambio di altri, per lasciare spazio ai progetti edificatori per la zona. In carica a Bologna c’era l’allora commissario Anna Maria Cancellieri.

A marzo 2012 la Part Tre srl di Maccaferri presenta uno studio sul suo futuro centro commerciale da 20 mila metri quadri: “Gli edifici storici o tradizionali e le loro pertinenze non vengono modificati, ma è prevista solo la demolizione degli edifici di fattura recente di Rai Way”. Tra gli edifici da demolire c’è proprio la palazzina Marconi, che lo studio dei costruttori derubrica a “edifici successivi al 1950”. Sono i radioamatori a questo punto a mobilitarsi: uno di loro, Elio Antonucci, rinviene i documenti che attestano la nascita dell’edificio nel 1936.

È lo stesso proprietario a ottobre 2012 ad ammettere di non avere comunicato nulla ai Beni culturali: “Il Comune di Bologna – dice infatti a ottobre 2012 il vicesindaco di Bologna, Silvia Giannini – non aveva precedentemente attivato la procedura prevista dal decreto legislativo 42/2004 (cioè la comunicazione al ministero, ndr) in quanto, dalla documentazione disponibile, la datazione dell’immobile lo collocava all’inizio degli anni Sessanta. Successive verifiche e ricerche hanno permesso di datarne un primo nucleo nel 1936”. Una svista, sembrerebbe.

Intanto, dopo le proteste dei radioamatori, anche il Comune di Budrio riconosce che quell’edificio è più antico di quanto si fosse sempre detto. Così ad agosto 2012 la Soprintendenza provinciale per i beni culturali, a un soffio dall’inizio dei cantieri e mentre sono in corso le trattative per la vendita del terreno ai costruttori, blocca tutto per verificare l’interesse culturale della palazzina: “Il cantiere può attendere, serve un compromesso per conservare intatta la palazzina”, spiega a quel punto la soprintendente di Bologna Paola Grifoni. Subito dal gruppo Maccaferri fanno sapere che “in caso di conferma del vincolo salta tutto, perché non c’è un progetto alternativo”.

A marzo 2013 tuttavia arriva la doccia fredda per gli appassionati di Marconi: “La palazzina non raggiunge la qualità architettonica necessaria alla dichiarazione di interesse storico artistico, rivelando piuttosto un valore di edificio storico testimoniale”, spiega la direzione regionale dei Beni culturali. Da lì a pochi mesi le ruspe si metteranno in moto per demolire.

Quello che ora cercherà di capire la Procura è perché nessuno fino all’agosto 2012 si sia chiesto se l’opera poteva avere un valore culturale prima di firmare gli atti di cessione dell’edificio e perché siano state necessarie le proteste su Internet affinché l’iter ai Beni culturali partisse. Inoltre la Procura potrebbe volere fare luce anche sulle motivazioni che hanno portato la Direzione regionale per i beni culturali a non vincolare la palazzina lo scorso marzo. Una decisione che aveva fatto soffrire i radioamatori, ma esultare gli sponsor politici, tutti marca Pd, dell’operazione edilizia: “Ha sortito i suoi effetti la pressante richiesta del sindaco di Budrio, Giulio Pierini, del vicepresidente della Provincia, Giacomo Venturi e dell’assessore regionale Alfredo Peri verso la Direzione regionale per i beni culturali”, recitava una nota stampa della Provincia uscita dopo la decisione .

Modificato dalla Redazione web il 30/07/2013